BRUNO BRANCHER.
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TRE MONETE D'ORO.
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1992. Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano.
Prefazione di Oreste del Buono.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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NOTA.
La storia di Zarina della Ripa Ticinese  stata pubblicata per la prima volta, nel 1972, nel mensile "La Grande Promessa", stampato nel Penitenziario di Porto Azzurro (Isola d'Elba).
Marisella la rossa (ma di capelli) e El luna l'era un me amis sono stati pubblicati, nel 1976, sul quotidiano "Lotta Continua".
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INDICE.
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Prefazione: La mamma di Bruno. di Oreste Del Buono.
Tre monete d'oro.
Romoletto e il topo grigio.
Disamori 2 (Memorie di un lumpen).
Domando: c' qualcuno tra di voi che mi saprebbe dire come fare a eliminare il rigo nero dalle fessure della mente?
Deliquim (ossequio al grande Strindberg).
La madre.
Marisella la rossa (ma di capelli).
La storia di Zarina della Ripa Ticinese.
El luna l'era un me amis.
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Fine Indice.
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PREFAZIONE.
LA MAMMA DI BRUNO
di Oreste del Buono.

Bruno Brancher, l'ultimo dei Lumpen, come ama non senza orgoglio definirsi, ci introduce spavaldamente nel suo mondo accidentato, scomodo, rissoso e non baciato dalla fortuna, ma anzi perseguitato dalla sfiga, parlandoci di sua mamma. In verit, nel prologo non dice che la mamma  sua e neppure racconta in prima persona. Racconta in terza persona come faceva Cesare delle sue gesta o come fanno ancora gli sportivi con una carriera di successi. Qualcuno potrebbe esser tentato dall'idea che Bruno Brancher non parli, dunque, della propria persona, ma di altro. S'intende, per, che potrebbe essere solo qualcuno che non conosce l'autore di questo libro. Perch Bruno Brancher  sempre autobiografico. Sono sempre le sue esperienze a dettargli quel che scrive, con energia sorprendente e con buon carattere invidiabile.
Fu Nanni Balestrni il primo ad accettare un suo libro, quando si occupava dell'edizione di Area. Bruno Brancher appariva e circolava ovunque, e, prima o poi, immancabilmente attaccava a raccontare. Praticamente, gli era capitato di tutto: tranne che la vita, aveva perso tutto, ma, in compenso, era sempre pronto a tentarne la riconquista. Bruno Brancher riempiva pagine e pagine con la sua minuta, nervosa calligrafia e non ha pi smesso, sogna anche di camparci, con lo scrivere racconti e poesie. Questa  un'ambizione superiore persino a quelle di Alberto Moravia, che, per quanto vendesse molti romanzi in tutta Italia e ricevesse fior di diritti da traduzioni e versioni cinematografiche da tutto il mondo, fece l'esame da giornalista professionista in tarda et, per ottenere la sicurezza della pensione, e qualcuno degli esaminatori nutr persino la tentazione di bocciarlo.
No, Bruno Brancher, all'ambizione di esser scrittore, non ci rinuncia e il perch non ci rinunci lo spiega proprio nel ritrattino di sua mamma, che abbozza all'inizio, e ribadisce all'interno di questo suo libro cos toccante. La mamma e Bruno Brancher sono nel parlatorio dell'istituto che ospita lui e altri ragazzi. La mamma  venuta a trovarlo a mani vuote e a rivelargli definitivamente che non pu fargli neppure un regalo piccolo piccolo, perch lei  povera e lui, quindi,  povero. Ma la vera povert il ragazzo l'avverte soprattutto dal fatto che sua mamma gli appare triste. E lui non l'ha mai vista triste, la conosce ridanciana.
"Ridanciana"  la parola adatta. Ridanciana da riso, non da semplici sorrisi. E Bruno Brancher non vuole che la mamma continui a esser triste, e allora si mette a cantare una vecchia canzonetta del 1929 chiss come arrivatagli dall'archivio di famiglia a firma di E.A. Mario, un'accusa di minore ad adulto, intitolata "Balocchi e profumi". La canzonetta dolciastra non rischia di venire incompresa in parlatorio per come la canta Bruno: "Mamma / mormora la bambina / mentre / pieni di pianto ha gli occhi / per la tua piccolina / non compri mai balocchi...: / Mamma tu compri soltanto i profumi per te!..." E la mamma di Bruno Brancher non riesce a restar triste, e neppure seria. Ad acquistare profumi proprio non ci si vede, come non la vede il figlio. Magari del salame e del formaggio lo acquisterebbe e lo mangerebbe volentieri, ma profumi mai e poi mai, e neppure balocchi, via, il figlio non ci pensa e non ci pensa lei. Dunque, lei ride, di piet e di scherno per tutt'e due, anche per il figlio motteggiatore che l'ha capita e la provoca a tornare nei ranghi. Occorre ridere, conservare il senso dell'umorismo anche nelle pi feroci avversit. Non  che ci scherzi (e, soprattutto, non  che scherzino gli altri) ma almeno non si tributa la sottomissione ad alcuno.
"Una santa donna mia madre," ribadisce all'interno del libro Bruno Brancher, ancor pi esplicitamente, "mia madre dalla psicologia contraddittoria, dal carattere allegro, coi piedi per terra, anche se a volte la sua fantasia galoppava. Mi diceva di fare il bravo ragazzo ma contemporaneamente mi pregava di non farmi prendere. Cose cos. Quando decise di andarsene da questo mondo, non volle nessuno vicino al letto. Nessuno. Escluso me, naturalmente. Come dire che mi prese la mano e non la moll pi finch continu a respirare. E va ben insc..." Questo  il libro non solo di Bruno Brancher, picaro di una straordinaria Milano leggendaria passato attraverso ogni disavventura, sviste giudiziarie, carceri, follie, manicomi, pi volte sceso agli inferi e pi volte riemersone a forza di senso dell'umorismo ereditato dalla sua mamma. Un senso dell'umorismo a rischio. E proprio per questo pi suggestivo e liberatorio.
Ma la mamma di Bruno Brancher  proprio solo la mamma carnale di Bruno o qualcosa di pi? La capacit di distinguere tra balocchi e profumi da una parte e salami e formaggi dall'altra  la capacit di essere sinceri non solo con gli altri, ma anche e soprattutto con se stessi.  l'invincibile forza di scrittore di Bruno Brancher.
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A Gilberto Cereghini,
mio amico.
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TRE MONETE D'ORO.


ANNO 1943.

Prologo

Una casa antica. La campagna brulla e innevata. Una fredda e gelida giornata di sole. La neve, col freddo intenso, si  gelata e, colpita da qualche raggio di sole, appare in tutte le sue mille e pi sfaccettature, s che ogni fiocco brilla come tempestato da mille diamantini. Il manto di neve, calpestato, scricchiola, e, al contatto del legno di zoccoli calzati da un ragazzo, la neve si sparpaglia. Quel ragazzo cammina nel grande viale e si diverte all'udire la neve crocchiare sotto il suo peso.  un ragazzo pensieroso perch  da poco tempo che  venuto a conoscenza di un fatto a lui non gradito. Dunque: ha saputo di essere povero. Glielo ha detto sua madre, al colloquio. Venne a mani vuote, sua madre, e gli disse che non aveva potuto fargli manco un piccolo regalo. Mi spiace, aggiunse la madre, mi dispiace veramente. E si vedeva che la madre era triste per davvero. Lui conosceva bene sua madre: era del tipo ridanciano. Pi la situazione si faceva pesante, pi lei diventava ciarliera e rumorosa. Ma quella volta l stava sul mutarello. Silenziosa. Preoccupata. E fu in quel momento che il ragazzo conobbe la vera povert. Quella misera. Offensiva. Al colloquio visse una situazione oltremodo imbarazzante, perch vide che tutti gli altri suoi coetanei, come lui a colloquio coi loro cari, ridevano felici, a volte anche sguaiati, rei eccitati, colmi com'erano di leccornie e giochi. Gli venne da fischiettare una canzonetta che suonava pressappoco cos: "mamma, tu compri soltanto profumi per te". Sapeva sorridere anche alle pi feroci avversit. In questo aveva preso molto dalla madre. Rivide con occhi diversi l'addolorata madre sua e gli venne da pensare che non la vedeva proprio ad acquistare profumi. Magari del salame, sicuramente del pane, ecco, anche del formaggio (era assai golosa di formaggi, sua madre, e non  che lui scherzasse), ma dai! insomma, balocchi e profumi! No, ridicolo, Cant a sua madre quel ritornello. E la madre allora rise. Usc dal parlatorio e si avvi, dicevo, pensieroso, su quel grande viale che immette sulla strada principale, o sulla strada maestra, calpestando la neve, ogni tanto sospirando, continuando a fischiettare quel motivetto antico. E, camminando, il suo sguardo scopr tre monete d'oro. Brillavano nella neve gelata. Le raccolse. E fu cos che in quel lontano 1943 anche lui ebbe il suo regalo di Natale...




ANNO 1968



Monologo

...a te Maria santissima e anche vergine io mi confido ti prego non interferire manco con un commento benevolo o peggio comprensivo in questo mio monologo rischieresti di interrompere uno sfogo per me in questo momento assai prezioso direi utile chiamiamolo anche transfert io richiedo il tuo silenzioso ascolto o Maria santissima affinch le idee mi si schiariscano idee che in questo momento sono assai confuse ovvero devo capire se continuare a rimanere bambino o decidere di crescere di diventare adulto
per caso non sei stata tu venticinque anni addietro a posare e farmi trovare tre monete d'oro sulla neve? va beh divago ma porta pazienza non sono mai riuscito a essere chiaro e conciso ascoltami ti prego e vedi un po' tu se alla fine di questo borbottio riuscirai a mettere un po' d'ordine a rendere comprensibile questa storia un po' vera e un po' sognata che test andr raccontandoti
Madonna mia santa non ne posso pi e come si suol dire ne ho le palle piene di questa vita convulsa
davanti a me vedo buio dietro di me esiste il buio se si esclude il bagliore di tre monete d'oro so che la strada che dovr percorrere sar anch'essa buia e disseminata di ostacoli in compenso percorrere quella strada assumer carattere sportivo dunque impegnativo e divertente perch gioir a ogni ostacol superato e far ricorso a tutta la mia intelligenza per procedere senza inciampi
scusami se qualche volta verr preso da tristezza hai notato? pi si invecchia e pi il linguaggio si fa rimato e cos per non rischiare di parlarmi addosso per non rischiare di farmi tracimare le parole dalla bocca a mo' di vomito ti racconter la storia di un fuggitivo che vag per campi innevati sal su un treno diretto a Milano arrivato a destinazione si avvi verso casa trov una madre che al vederlo si preoccup ti racconter di quel bambino e della sua gioia al vedere la madre di quando le fece vedere tre monete d'oro e la madre alla vista dell'oro cambi subito di umore e felice abbracci il figlio accese la stufa lo rifocill riscald il letto con dei mattoni caldi e se non gli cant addirittura la ninna nanna fu solo perch nel canto era assai stonata poi gli rimbocc le coperte e gli diede il bacio della buonanotte e al suo risveglio lo accompagn di nuovo in quel collegio tenendosi ben strette le tre monete d'oro come affettuoso ricordo immagina quel bambino
le vacanze invernali non erano ancora terminate ma c'era gi qualche suo amico tornato un po' in anticipo e il presepio splendeva in tutta la sua bellezza con i torrenti fatti con carta stagnola con la cometa pi grande dell'asinello e del bue con san Giuseppe perennemente con quell'aria afflitta e c'eri anche tu mia dolcissima Maria Madre mia guardavi tuo figlio come ho sempre desiderato che mia madre mi guardasse e c'era pure la montagna che era nera e tetra e l sulla cima il Castello di Re Erode dominava la valle con i Magi che portavano incensi e mirre tutti beni voluttuari insomma niente di utile come mangiare e bere come salami e pani e formaggi (perch io so che a te il formaggio piace tanto come piace a me) e mentre davo fuoco al Castello di Erode mi sorpresi a canticchiare quella canzonetta l dove il figlio si lamenta con la madre che lei compera soltanto profumi per s E ti guardai o Madre Attenta e ti vidi sorridere e il Castello prese fuoco e la montagna prese fuoco e tutto il presepio prese fuoco e con il fuoco scomparve un sogno fui subito scoperto e immediatamente scacciato da quel luogo accompagnato da due istruttori percorsi quel viale con lo sguardo rivolto a terra e uno dei due accompagnatori mi chiese se per caso stessi cercando un tesoro e io all'udirlo risi di gusto e quello mi rifil una sberla e parafrasando Cuore di De Amicis tuon: "e l'infame ride" ma io cosa potevo dirgli? che il tesoro lo stavo cercando veramente? che speravo di trovare ancora tre monete d'oro? non mi avrebbe creduto e la mia situazione si sarebbe ulteriormente aggravata e cos continuai a ridere e il riso si fece irrefrenabile e rischiai di morire dal gran ridere ma il tempo passa scorre per me il tempo non  scandito da date ma scorre via liscio fluido come un torrente in piena come un fiume come il grande mare quando  mosso e nel tempo mi imbattei in Ingrid adorandola imparai ad amarla ma in modo cos totale che quando mi lasci smarrito e confuso mi gettai da un tetto caddi non rovinosamente e mi ritrovai in piedi come se il volo non ci fosse stato ehss Madonna mia cara fu quella volta di quando decisi di lasciare l'Italia sognavo Londra e mi ritrovai a Parigi
fu proprio a Parigi che uccisi per la prima volta ma fu un'azione cos insignificante che non varrebbe la pena di raccontarla se non che se non che... ricordo che era di mercoled fu l'unica volta o una delle poche volte che il tempo fu scandito da una data lo ricordo bene perch e non so ancora il motivo decisi che il mercoled doveva essere giorno di digiuno ecco mi successe varie volte e ogni volta che eliminavo qualcuno decidevo di digiunare giusto nel giorno della settimana ricorrente la data del misfatto no non ho mai perpetrato stragi ma io ti avevo ordinato di non interrompermi no nessuna strage se non altro per non rischiare di morire di inedia di morire di fame tanti cadaveri tanti digiuni mi avrebbero arrecato danno all'organismo e la mente ne avrebbe risentito ma per molto tempo non ebbi pi occasione di uccidere e cos ingrassai in maniera cos veloce e completa che entro breve tempo somigliai a un maiale a un porco con il codino a riccio
probabilmente non lo hai dimenticato Madonna mia parlo del tempo in cui gli specchi prima s offuscarono e in seguito le loro limpide superfici si trasformarono in pietra nera e nessuno riusc a specchiarsi a rimirarsi negli specchi e io mi accorsi di non riuscire pi a spiccicare parola non  che prima mi andasse meglio visto che sono un po' balbettante ma in quel momento sfioravo il mutismo se si escludono dei suoni che cos alla lontana mi ricordavano dei grufolii tipici dei maiali mi accorsi della trasformazione e come Dio volle la mutazione sul momento mi pass inosservata  vero che il grugno doveva essere a pelo della strada visto che dovevo cibarmi dei rifiuti vero  anche che ogni tanto dovevo darmi a precipitosa fuga inseguito com'ero da qualche malintenzionato che voleva catturarmi anche come porcello ero sempre all'erta pronto a scappare per sfuggire alla cattura che per me lo intuivo avrebbe significato la morte se non di peggio per speravo sempre in un domani pi luminoso dell'oggi ma il mio sguardo era sempre vigile scrutavo la strada attentamente non solo per trovare un po' di cibo ma la speranza di imbattermi ancora nelle tre monete d'oro non mi aveva abbandonato finch un giorno vidi che il lastricato era coperto da migliaia di monete d'oro che dico? migliaia? no erano milioni miliardi di monete d'oro e la delusione fu tanta ma cos tanta che mi accorsi che avevo anche imparato a piangere piansi a calde lacrime lacrime di un porco certo ma sempre lacrime sono inondai la strada di lacrime imprecai alla sfortuna perch non potevo fare mie tutte quelle monete d'oro ero sprovvisto di mani e cos posso dire anch'io che per una volta nella mia vita nuotai nell'oro poi le monete scomparvero e io mi misi alla ricerca di un mio simile cos per non stare troppo solo non mi andava la solitudine in quelle circostanze poi! ma la ricerca fu infruttuosa scomparse le monete d'oro mi imbattei solo in rifiuti a volte pure immangiabili in evacuazioni in stercume s era proprio un mondo di merda ma poi successe che torn la luce perch le superfici nere di pietra tornarono a risplendere l'era dell'offuscamento degli specchi era terminata trovai uno specchio e mi ci rimirai e vidi un maiale che pareva stesse dissolvendosi nell'aria gli vidi gli occhi che scomparvero non prima di avere ammiccato gli vidi il pertugio che stava al posto della bocca e anch'esso scomparve non prima di avere fatto una smorfia di dileggio in ultimo vidi il codino piccolo e roseo e attorcigliato e anch'esso scomparve ma non prima di essersi capovolto e formare cos un tremolante punto interrogativo e apparve la figura di un uomo tozzo e sgraziato in cui da subito mi riconobbi come dire che ripresi le mie naturali sembianze dicevo che il tempo scorre veloce e nel tempo mi innamorai di nuovo e fu un amore cos esclusivo che lei se ne ebbe subito a noia e immediatamente lev le tende scomparve di lei rimase un dolcissimo e struggente ricordo a me insopportabile e cos tanto per stare nelle sane abitudini cercai un'altra volta la morte ma come sempre fallii lo scopo beh veramente non fu un tentativo di suicidio successe ricordi? dolce e graziosa Madonna? fu quella volta l in cui mi trovavo su un greto di un fiume osservavo lo scorrere dell'acqua finch notai sul fondo del fiume tre monete d'oro che brillavano a volte parevano moltiplicarsi ma io non sapevo che era un'illusione ottica dettata dal gioco della luce sull'acqua mi gettai subito a capofitto per recuperare le mie tre monete d'oro ma quando toccai il fondo le tre monete scomparvero e fu giusto in quel momento che mi ricordai che non sapevo nuotare ingurgitai cos tanta di quell'acqua che rischiai di affogare poi persi i sensi poi mi trovai a riva soffocato da una bocca vizza e maleodorante che tentava di rianimarmi con la respirazione bocca a bocca immediatamente mi riprese il dolore struggente per la scomparsa di quella ragazza e capii che avevo ricominciato a vivere a campare rispettando le mie usuali consuetudini le quali nel tempo si sono trasformate in ferree regole di vita Madonna mia mia Madonna s ricominciai a vivere fu in quell'epoca ricordi? in cui i suoni scomparvero quel tempo fu denominato dagli storici l'era del silenzio e fu giusto di quei tempi che mi trasformai in un cavallo e galoppavo per la citt e nitrivo anche se il mio nitrito non era udito da nessuno se non da me a volte trottavo anche se il rumore degli zoccoli non era udito da nessuno se non da me e fendevo nella corsa l'aria provocando un avvolgente suono anche se il gran fruscio sssfffffsscccsffffiuuit non era da nessuno udito se non da me mi abbeveravo alle fontane e il gorgoglio dell'acqua era udito solo da me e nella mia eterna corsa vedevo la gente apparire e silenziosa scomparire e vidi gli uomini intristirsi sempre di pi gli occhi degli umani dapprima si fecero pensierosi per poi spegnersi e le bocche degli umani si fecero di pietra e io dicevo continuavo nella mia corsa cullato (si fa per dire) dal silenzio che di mano in mano si faceva opprimente ma nel prosieguo del tempo il silenzio si fece assordante insopportabile da rompere i timpani e nella corsa una volta attraversai un mare colmo di monete d'oro ma io ero alla ricerca di tre monete d'oro e tutta quell'abbondanza non mi interessava cos mi dissi ma il mio animo era colmo di amarezza ricordai Montale nella sua poesia delle occasioni perdute che mai pi si ripresenteranno ma il grande Poeta non ebbe la sventura di trasformarsi in un maiale non conobbe l'ebbrezza di trasformarsi in cavallo eggi e finalmente il silenzio scomparve si riudirono i suoni e io ritornai un umano come tutti no? e non rimpiansi l'era del silenzio ma il ricordo di quando mi trasformai in cavallo mi rallegra e a volte mi fa sognare
Madonna Madonna poeta e dolcissima mi dici che questa storia questo mio monologo ti ricorda qualcosa di Kafka del grande Hoffmann? ti avevo chiesto di non interrompermi ma visto che la citazione  colta e che hai capito tutto per questa volta non ti rimproverer s Madonna eternamente casta chi? oltre TU Kafka Hoffmann? chi altri capirebbero questo monologo? ho parlato a lungo con te e devo dirti che in un certo senso mi sento come liberato dall'angoscia ho mischiato nel mio dire sogni e realt ho abusato di licenze poetiche ma la soluzione del dilemma iniziale ovvero se continuare a rimanere bambino o trasformarmi in adulto rimane tale e quale ma forse il mio  un vezzo come quello di inseguire sempre l'infanzia perduta o di ritrovare tre monete d'oro...




ANNO 1991



Epilogo

Un palazzo antico che mette in evidenza Finestre e archi veneziani finemente scolpiti. Da quel palazzo ottocentesco, situato in pieno centro di Milano fuoriescono effluvi di profumi. Stupende automobili, Rolls Royce - Bentley - Mercedes - e anche l'ultima Isotta Fraschni, mantenuta in perfetto stato, sono parcheggiate l davanti. Con l'autista in divisa in attenta e ossequiosa attesa del proprietario o della proprietaria. Entrano ed escono donne bellissime, alte, dal passo dinoccolato, a loro naturale. Si ode un parlare con idiomi l'un dall'altro diversi. All'interno, discretamente illuminata da un grande lampadario di cristallo, un'immensa sala arredata con mobili antichi.
 un noto albergo situato in via Alessandro Manzoni, in Milano. E, proveniente da piazza della Scala (che poi  piazza Leonardo da Vinci), appare un uomo dimessamente vestito. La sua camminata, il suo incedere  sul traballante. Come un marinaio appena sceso dalla nave. O come un ubriaco. Ogni tanto lancia un grido: "fuoco, fuoco, oro, oro".  un urlo prolungato lanciato a intervalli regolari. Una pausa di silenzio. E poi riprende con quel suo come dire? richiamo? Ha lo sguardo mite. Gli occhi sono perennemente lacrimosi. Ogni tanto si gratta dietro la schiena. Quando il prurito  irraggiungibile si sfrega contro uno stipite di muro. Cammina con gli occhi fissi sul marciapiede. Come se stesse cercando chiss che cosa. Arriva davanti all'atrio di quell'albergo. L'uomo si ferma di scatto. Poi pare sobbalzare, indi, chinandosi, raccoglie tre monete d'oro. Improvvisa un'indiavolata sarabanda. Poi, di corsa, scompare.  notte. In un noto locale di Milano. Appare un uomo ben vestito. Ha gli occhi brillanti, quasi fieri. Si vede da subito che  un uomo sicuro di s.  accompagnato da una bellissima ragazza che sa parlare anche in russo. Quella ragazza ama i poeti. Anche i pi squinternati. Anche quelli pi scalcinati. L'uomo ha prenotato una cena, a base di champagne e caviale. Viene cerimoniosamente accompagnato al suo tavolo. Ma devono aver fatto un po' di confusione, quelli che hanno ricevuto la prenotazione, perch, come lista delle bevande, gli portano specialit della casa. A base di carne di maiale. E di carne di cavallo. E quell'uomo, osservando la lista, dapprima si rattrista e poi si irrita. Ma l'equivoco si chiarisce presto e arrivano i piatti richiesti. Con i vini d'obbligo. E l'uomo mangia. E beve. E salda il conto con una moneta d'oro.
Ne dovrebbero rimanere due, di monete d'oro. E non si stupisce di trovarne ancora tre. Perch lui - ormai - sa che avr - per sempre - a sua disposizione - tre monete d'oro da spendere. E parla e parla, e si confida con quella ragazza, e gli racconta di quando, quasi bambino, su un viale innevato, trov tre monete d'oro. "Era mattino" - dice - "il tempo era di gelo, c'era la neve e nella neve trovai tre monete d'oro." E la ragazza, all'udirlo, sorride. Perch lei ama i poeti. Anche i pi bizzarri. Pensa: "Eccone un altro, di poeta. Poeta a sua insaputa. Gli star vicino. Non lo lascer solo". Solo che non riesce a capire perch l'uomo delle tre monete d'oro insista a chiamarla Madonna. E s che lei, ripetutamente, gli ha detto come si chiama: "Bruno, mi chiamo Laura". Ma Bruno la guarda, sorride e mormora: "S, Laura, ho capito, ma io preferisco chiamarti Madonna". E anche Laura, all'udirlo, sorride.




ROMOLETTO E IL TOPO GRIGIO



Cara Giulia,

questo pezzo  dedicato al ricordo di Romoletto, un matto, ma cos matto che non solo lo misero dentro, in galera, ma non lo tennero neppure l e se ne liberarono rifilandolo al Manicomio Criminale di Reggio Emilia. Bene, il mio amico Romoletto aveva anche il dono di saper apparire alla gente come la gente desiderava che apparisse il bene. O il male. Lui non lo sa, ma  un Santo.
Tanto per ricordare: una volta fugg, evase dalla galera di Parma e, vagando per i campi, si rifugi in un grande e immenso Castello sito nella campagna emiliana. Mi sembra che il paese si chiamasse Castelbianco. O qualcosa di simile. Be', Giulia, senti questa: entr nella corte, vide un gran portone interno, entr in una sala immensa dove, ammucchiate, ci stavano delle "immense pire" di legna da bruciare. E dei mobili alla rinfusa. Due grandi letti a baldacchino. E una donna che era stata messa ai margini dal paese. Una donna bellissima. Senza trucco. Eternamente scarmigliata. Si era rifugiata nel Castello che aveva adottato come sua dimora fissa. Ecco, quella donna vide il mio amico Romoletto e, per nulla spaventata, gli sorrise. Posso descrivere un sorriso di quel tipo? Mi  impossibile. Poi fecero l'amore. E lei non parl mai. E poi dal sorriso pass alla confidenza. E cos via. E poi, alla fine di quell'incontro di vero amore, l'esclusa del villaggio gli disse che lui era Ges. Lo chiam Ges. A varie riprese. E poi, credere o non credere, cara Giulia, quella donna insistette nel volergli lavare i piedi. E quel cretino di Romoletto non cap nulla della magia di quell'atto antico e cominci a ridere come un bambino.
"Uhei, Bruno, la me fa el galitt sta i pee." E rideva, rideva. S, c'ero anch'io con Romoletto; quella volta l'evasione era riuscita in pieno. E anch'io feci all'amore con quella maga isolata dalle genti, ma a me i piedi non me li ha lavati. Proprio per niente. Era ancora notte quando uscimmo dal Castello e la ragazza ci aveva regalato delle provviste: del salame, delle pagnotte, un po' di formaggio. Del vino. Uscimmo. Poi venne giorno e giusto quando il tempo si fece pi chiaro ci arrestarono tutti e due. Tornammo dentro e sai che fece il Romoletto? ecco, quando lo arrestarono cominci a ridere, ma a ridere cos forte e in continuazione che i guardiani si spaventarono e presero a picchiarlo e pi lo picchiavano e pi il Romoletto rideva. E sai perch lo picchiavano? Sempre per via di quella specialit del Romoletto di apparire alla gente come la summa delle loro gioie. O dei loro tormenti. Quella ragazza "lo vide" come Ges. I poliziotti "lo videro" come un demone. Io continuavo a considerarlo un Santo. Devo dire che quando vidi che lo picchiavano io mi emozionai un pochino e saltai addosso ai poliziotti menando di brutto. Ma ben presto fui ridotto all'impotenza e, diciamo, che massacrarono di botte anche me. E alla fin della fra successe che ci riportarono, un po' svenuti, ancora in galera. Totale: fummo processati per evasione e la condanna (per l'evasione) fu minima. Ma, all'evasione aggiunsero: oltraggio, ferimenti (noi ai poliziotti, ovvero: l'esatto contrario) e in pi reticenza verso la corte perch non avevamo detto dove avevamo trascorso la notte, e, in pi, ascolta, Giulia, che adesso mi viene da ridere anche a me, fummo condannati per furto (a ignoti) di salumi, pagnotte, formaggi e vini. Insomma: 2 anni e 8 mesi a cranio. Inutile dirti che quel matto di un matto dell'amico mio Romoletto all'udir la condanna rise. Al solito rise cos forte che immediatamente fu portato in Manicomio. Dove adott, e crebbe tra lussi e agi, un topo di fogna. Be', Giulia, questa storia di Romoletto e il topo grigio  la storia di un'altra risata di Romoletto. Sai, il tempo passa e i ricordi affiorano. Succede a tutti. A una certa et, poi! E va bene cos. Con un abbraccio. Stammi bene. Tuo amico, Bruno.

Succede che i dirigenti di carcere affermino che Romoletto  matto.
E Romoletto gioca a fare il matto, e con la scusa che  matto fa veramente il matto e li fa ammattire tutti.
Intendo dire i secondini, "i nostri operatori" come direbbe il direttore di Porto Azzurro. I "superiori", come amano farsi chiamare gli sbirri a loro volta carcerati (ma di loro libera iniziativa). Tanto per non fraintendere.
Noi che conosciamo il gioco di Romoletto, per averlo fatto anche noi, non ci spaventiamo affatto delle sue stranezze, anche perch siamo suoi amici e sappiamo che proprio matto non , il Romoletto. Tanto per ricordare: una volta, al San Francesco di Parma, Romoletto riusc ad acchiappare un secondino e ridendo, proprio cos come dicono che i "matti" ridano, cio senza nessun motivo apparente, cominci a insultarlo pesantemente e con dovizia di particolari su genitori, passato, figli e mogli e cose cos, un po' come si fa con gli arbitri nei momenti di maggiore creativit, o emozione, e la guardia a sua volta prigioniera si spavent; e riusc a divincolarsi, e non pens manco a incazzarsi, e infatti non poteva incazzarsi perch era sul terrorizzato. Dico che la guardia riusci a svignarsela e sempre il Romoletto dietro che la inseguiva ridendo rumorosamente; un inseguimento senza nessuna convinzione. Lo faceva cos, tanto per variare il solito men: da tutta una vita faceva la parte della lepre inseguita. Mi pare giusto che ogni tanto cambiasse di ruolo. Che diventasse lui l'inseguitore. O no? Vero  che ogni tanto, durante l'inseguimento, si buttava per terra e si contorceva dalle risa. Va da s che la guardia arriv trafelata al pi vicino campanello e azion l'allarme. E compatto, a passo di carica, appar il battaglione dei corpulenti. La squadretta. E raccattarono il mio amico Romoletto che non smise manco per un attimo di ridere. E s che lo menarono ferocemente con calci e pugni e colpi sui fianchi e calci nei coglioni e lu rideva sempre pi forte. E lo trasportarono di peso alle celle di punizione e il capo picchiatore gli url che basta carogna non ridere pi, se continui a ridere ti metto in balilla(1), ma lui continuando a ridere sussultando dal rdere disse che non poteva andare in balilla, lui, perch era senza patente, e la barzelletta era cos scema, ma cos scema, che al sentirla raccontare - nel tempo - da lui - che al ricordo rideva, risi anch'io.
Quando arriv al manicomio fu messo in cella con altri "matti". Pazientemente si costru il giaciglio e si mise a letto. Ma non riusciva ad addormentarsi. Pensieri, forse. O forse non si abituava da subito al nuovo letto, Fatto sta che Romoletto sent dei rumori, come dei fruscii, e si guard in giro.
Ma tutto era immobile: letti, sedie, tavolini, prigionieri. Guard sotto il letto e not un furtivo movimento. Osserv con pi attenzione finch scopr un topetto. Mosse lentamente il braccio verso la bestiola che intu un qualche cosa, tantevvero che si immobilizz e giusto in quel momento, zac, fu acchiappato dalla mano del Romoletto. Lo acchiapp con gesto brusco e il topino si fece piccolo piccolo per quanto gli era possibile perch era gi minuscolo e allora la mano di Romoletto si fece morbida e il palmo della mano di Romoletto divenne tiepido incavo per la bestiola che, dapprima tremante, infine si acquiet. Romoletto afferma che lo carezz sul cupn, afferma anche che il topo gli fece le fusa, ma forse era preso dal gusto di raccontare ed esager un pochino. Ma lui precisa anche nei particolari, come si fa sempre in certi casi: dice che gli parl, a lungo, finch il topo si addorment prima di lui.
"...Andem, Rmltt, prigionieri che raccontano le fiabe ai topi per farli addormentare....andem, Rmltt, mica sono dei bambini, i topi..."
E il topo crebbe e divent un topone grigio. Voglio dire che si fece adulto. Silenzioso spariva e riappariva. Le guardie ne erano terrorizzate. I gatti facevano finta di niente. Perch i gatti allevati dai prigionieri vengono cos tanto vezzeggiati che fanno schifo, e perdono le loro naturali doti di cacciatori.... lo vuoi il dolcino? su, vieni qui.... e i gatti dormono con i prigionieri, vanno tranquillamente a letto con loro... un gattone amico mio, con una capoccia grande cos, si chiamava Rebigo (nome di un'antica maschera genovese), aspettava pazientemente che andassi a letto per poi infilarsi sotto le coperte, fino in fondo, giusto sui piedi e roon roon placidamente si addormentava.
E quando il tempo era gelido per me Rebigo si trasformava come fosse una borsa d'acqua calda e mi scaldava i piedi. Una cosa! sensazione deliziosa. Pare che la cosa andasse bene anche a lui visto che non reclamava proprio per niente.
Nemmeno quando mi voltavo e cambiavo di posizione... al mattino se ne fuoriusciva e: una scrollatina, qualche leccatina qui e l, sleccava il latte che gli avanzavo e che comunque gli era dovuto, per poi sparire in cerca di amici. Suppongo. Riappariva a pranzo...
Erano troppo vezzeggiati i mici cosicch avevano perso i loro naturali istinti battaglieri. Vero  che il topo grigio crebbe tra i gatti senza porsi nessun dilemma. E anche lui divenne un abitudinario. Affezionatissimo al mio amico Romoletto. Ma ogni tanto anche lui partiva in esplorazione. E il topo crebbe. Fin troppo in fretta. Lo vedevo simpatico, ma a volte anche sul mostruoso.
Beh, successe che, nel tempo, il topo non fu pi sopportato. Non dico da noi "matti", non dico dai gatti. Dico dagli "operatori interni all'istituto". Leggi secondini. Decisero cos di eliminarlo. Scelsero il momento in cui Romoletto stava usufruendo del suo turno di aria. Scovarono il topo e presero a colpirlo con le scope. Il topo, non abituato alle percosse, non si capacit sul principio di quel trattamento per lui incomprensibile. In vita sua non era mai stato colpito e per lui fu cosa nuova e dolorosa. Arcaici ricordi lo aiutarono ben presto a essere padrone della situazione, vero  che riusc a fuggire trovando da subito un buco nel muro in cui si nascose. Ma era un foro senza uscita e la punta dei bastoni lo insegu fin l dentro e non si sa come riusc a sopravvivere a quelle tremende punzonate.
E in quel momento culminante della caccia Romoletto termin l'aria e rientrando in cella vide del movimento di gente concitata che gridava e si dimenava e gesticolava. Incuriosito si avvicin e da subito cap. Allora fece sul serio il matto e urlando piomb in mezzo alla calca e le guardie al vederlo infuriato fuggirono. Romoletto chiamava Ciccio il suo topaccio grigio. E cominci a chiamarlo a gran voce: "Ciccio, vieni qui, Ciccetto bello..." Ma il Ciccio, nisba. Niente. Allora Romoletto mise la mano dentro il buco, voleva prenderlo per poi, carezzandolo, calmarlo. E fu in quel momento che il topo lo azzann. E il Romoletto ritir fuori il braccio e noi inorridimmo al vedere quel topaccio grigio tenacemente attaccato con le zanne alla mano del Romoletto.
Ma io non voglio commuovere nessuno. Con storie di topi e di prigionieri "matti", poi... anche se  vero che il mio amico Romoletto con l'altra mano prese ad accarezzarlo, con delicatezza, finch il topo ebbe come un sussulto e si immobilizz. Morto stecchito. Dicono che le zanne dei topi non bucano la pelle perch elastiche. Balle. Io sono certo del contrario.

Bene, Romoletto guard il topo morto e poi fece leva con le dita nella bocca del topo finch il topo cadde per terra. Ricordo che il topo cadde. Ricordo Romoletto triste, lui che rideva sempre. Ricordo Rebiga che sbirci noncurante il topo e che con la zampetta lo rivolt con delicatezza.

Ma per tornare alla normalit voglio dire che la morte del suo amico topo non cre nessun problema a Romoletto.
Non credo. Era abituato a cose ben peggiori. Per esempio, un peggio di questo tipo: al mattino, al risveglio, Romoletto si accorse che il braccio gli si era gonfiato, e che con esso la mano, e che avevano assunto, mano e braccio, colore violetto sul blu. A mezzogiorno era sul nero sporco. Alla sera fu ricoverato d'urgenza al centro clinico ... e Romoletto acquist il suo solito umore. Voglio dire: ricominci a ridere....




DISAMORI 2
Memorie di un Lumpen




Cara "Repubblica" raccolgo volentieri l'invito su "chi ero nel 1969".
E cosa oggi sono diventato.
Ieri, nel 1969, ero un carcerato.
Oggi, nel 1989, sono un carcerato.
Non posso riconoscermi in quella fotografia perch ero carcerato.
Non ho la possibilit di scegliere un'altra foto, perch le hanno le Polizie come foto segnaletiche.
Come i ricordi di cui mi sono disamorato.
Dicevo, ieri come oggi di nuovo a San Vittore.
Misteriosamente denominata "Casa Circondariale" di Milano.
Ma tra carceri e carceri uscii nel 1974, libero si dice, no?
Chi ero allora te l'ho gi detto, ma adesso ti dir che cosa ho fatto nel frattempo. Te lo racconter a mo' di ballata, metodo che a me piace tanto. Usando la ripetizione.
Dicevo che uscii nel 1974 da Porto Azzurro dopo dieci anni ininterrotti al buio.
Approdai alla Palazzina Liberty con Dario Fo e Franca Rame.
In disaccordo coi CAPI fui pregato di allontanarmi al pi presto e sottoposto a processo popolare.
Con tanto di servizio d'ordine = carabinieri (erano dei compagni) niente avvocato difensore, in compenso c'erano tre pubblici ministeri. Sempre dei compagni.
Mi accusarono di provocazione, ma per me era un termine sconosciuto.
Ma qualcuno disse che si doveva distinguere tra provocazione soggettiva e provocazione oggettiva.
Ecco, il soggettivo e l'oggettivo crearono in me, imputato, completa confusione.
Reclamai: "ma che vuol dire oggettivo e soggettivo? e provocazione?"
Lo ammetto: ero indignato, va bene il processo popolare ma che almeno sia chiaro.
Il pubblico, un gran pubblico, rise. Franca Rame e Dario Fo arrossirono e fin il processo.
Dico: fui rilasciato, subito libero, con grave disappunto dei tre pubblici ministeri. (E anche dei carabinieri.)
Seppi poi che avevano passato la notte in bianco per stilare le loro arringhe. (Dico:  p.m.)
Devo dire che un po' "mi dispiacque per loro anche se di loro risi." (2)
Poi scelsi Lotta Continua dove mi accolsero con baci e abbracci dissero che ero un eroe fu molto bello infatti mi innamorai subito di Elena una compagna studente-lavoratrice ma il suo compagno non era d'accordo e insinu che io non ero un compagno ma un balordo.
Veramente non us il termine balordo ma disse che ero un lumpen altro termine misterioso.
Chiesi ai compagni "che vuole dire lumpen?" e uno mi regal il Manifesto di Kark Marx.
Lo lessi e seppi che significava lumpen  ovvio che la cosa fin con insulti reciproci.
Ma continuai con Lotta Continua fu un gran momento che ancora rimpiango.
Poi una volta mi chiesero di scrivere un pezzo sulle miniere del Belgio dove io avevo lavorato.
Scrissi su Marcinelle laddove morirono sepolti moltissimi minatori italiani.
Me lo pubblicarono in prima pagina e io mi sentii molto importante.
Mi chiesero un altro racconto e io ricordai i bombardamenti di Milano.
Me lo pubblicarono per intero sul Paginone del nostro quotidiano Lotta Continua.
E io mi considerai anche scrittore e il mio linguaggio abitualmente scurrile spar, e incominciai a parlare come Mauro Bacchini un intellettuale architetto che con noi occupava case.
Poi andai a Roma per occuparmi del giornale e immediatamente fui messo a impacchettare giornali e trasportarli alla Stazione Termini ma con me c'era anche il mio gigantesco amico Vincino a cui mi ero affezionato ma non glielo feci mai capire volevo bene, io, a Vincino.
C'erano: Mauro Rostagno e Adriano Sofri, e Enrico Deaglio e Isabella di cui mi innamorai (precisando: mi innamorai, ma solo di Isabella). Feci anche conoscenza di Toni Capuozzo (che "lo vide" come un fuggitivo) e Checco Zotti: "un giocattolo che si ruppe" come comment con amarezza sua figlia Veronica.
Ma questa  un'altra storia. C'erano Giovannetti, e Gerardo Orsini, e Calogero Venezia, e Osman, e Liguori (alias Straccio) e Fulvio Grimaldi (e Antonella e Anna con ambedue ebbi una storia ma anche questa non ve la racconto).
Quanti eravamo, e tutti belli: escluso io che sono sempre stato brutto neppure la prigione aveva corretto i miei lineamenti.
Mangiavamo tutti insieme, dormivamo in una villa situata in cima a Monteverde Nuovo.
Non avevamo problemi di vestiario vizi non ce n'erano ed eravamo sempre graditi ospiti in qualche casa.
Ma poi venne la Polizia disse che c'era un vecchio mandato di cattura per me e mi feci sei mesi a Rebibbia.
Uscii di prigione, ma tornai a Milano in via De Cristoforis alla sede centrale di Lotta Continua e tutti mi accolsero con amore.
 certo che non potr mai dimenticare quei giorni.
Poi ci fu Rimini: un gran bailamme, si presentarono due liste: i giovanilisti e gli operaisti.
Vinsero le donne: le femministe, e Adriano Sofri afferm che tutto era previsto.
Rivide le proprie posizioni: disse che prima apprezzava l'uomo serio ma che da adesso avrebbe apprezzato chi rideva.
Profetizz il terremoto rifacendosi alla lotta armata consigliando di imparare a convivere con esso e con essa.
Marco Boato presiedeva pacioso pontificante quello che fu l'ultimo congresso di L.C.
Il giorno dopo il nostro quotidiano usc con un titolo a caratteri cubitali: "IL CONGRESSO CONTINUA".
Ma tutti eravamo un po' abbacchiati e cominciavamo a guardarci in cagnesco.
Fu proprio in quei giorni tristi che mi innamorai di Tiziana e il suo amico mi prese a sberle.
Le cose erano cambiate, totalmente, infatti era sparita la dialettica io la subii sulla mia pelle.
E a Milano nacque il Macondo e io "ci lavorai" inventando una sangria.
"SANGRIA COLOMBIANA" la chiamai ed ebbi molto successo perch pensavano che era a base di cocaina.
Ma gli ingredienti erano normali: vino, bucce di arancia, bucce di limone (la polpa me la mangiavo io), pezzi di mela, pezzi di pera, un po' di cicoria tritata finissima che dava un tocco di mistero, e tanto gin ma cos tanto che la bevanda donava un benefico effetto riuscendo a stordire tutti quanti.
Conobbi Sergio Israel, e Italo Saugo, Giuseppe Manente, e Carmen e Marco Miozzi, e Daniel Ioffe e tanti altri che imparai ad amare.
Rividi Mauro Rostagno che proponeva l'azzeramento del '68 offrendo vecchi giornali e manifesti di quell'epoca.
Molte persone conobbi, conobbi anche Nanni Balestrini e gli proposi un mio manoscritto.
Ricordo: in casa ospite di Mauro Rostagno: Nanni diede un rapido sguardo allo scritto e mi disse che lo avrebbe pubblicato.
Fu cos che usc il mio primo libro: Disamori che ebbe uno strepitoso successo anche se io non vidi una lira.
Poi, Oreste del Buono, per la Milano-Libri, mi pubblic, prefandolo, un altro libro: Il potente a pezzi.
Continuai a scrivere su Lotta Continua, quotidiano, ma s, lo ripeto, da me molto amato.
Poi, i promotori di Macondo vennero tutti arrestati. Imprigionati. Poi rilasciati. E il Macondo fu morto.
Poi, "La Repubblica", nei primi tempi della sua uscita, mi dedic una lunga intervista: "Brancher, o la libert" (con tanto di foto) a firma della bella e brava Erika Arosio.
E io mi sentii sempre pi importante, ma cos tanto che mi innamorai di Loretta che mi respinse.
Poi mi innamorai di Isabella (un'altra Isabella) e fu una storia bella anche se finita troppo presto.
La trovai, una notte, a casa mia, a letto con Ivan il piccolo (ma di statura) io feci il nonscialans ma poi menai di brutto.
Be', meglio sarebbe dire che fui menato, loro erano anche in due, e per di pi innamorati, e della stessa et.
E gi! In due facevano 42 anni: io, da solo, quasi quarantotto. E poi fui scorretto.
E dov'era la coppia aperta?
Poi, nel Ticinese aprirono l'Operetta di cui divenni un fedele cliente. Bevevo di tutto. Ma allegramente.
Poi apparvero sigarette fatte a mano dallo strano sentore. Stordenti. A me non piacevano.
Poi arrestarono tanti compagni e compagne e il termine "galera" divenne a tutti familiare.
Poi qualche compagno uccise. Qualcuno fu ucciso. Altri morirono con siringhe. Altri sparirono.
E tanti altri locali "fiorirono". Soprattutto al Ticinese. Chiamati locali alternativi.
"Le Scimmie", "Ciao Maria", "Belfagor", "Acqua-Sporca", "Babilonia", "Mulino doppio" (che qualcuno chiam anche "Mulino d'oppio"), "Isola Fiorita" e i volti dei compagni si intristirono, lo sguardo spento.
"Hai saputo di?... cazzo, nove anni." "Hai saputo di?...  morta," e io rifiutai, da allora, di sapere di...
Poi vennero le tre giornate di Bologna e fui presente agli assalti tra quelli del MLS e l'Autonomia.
Dormivo sui gradini di uno stadiolo coperto e fu molto bello perch non rimasi mai solo.
Non ricordo nessuna delle ragazze con cui dormii. Capitava e morta l. Al risveglio, manco un sorriso.
Comunque, guarda, sar ritornato lumpen, ma l'esperienza di Bologna la rifarei ancora.
Anche se una notte capit un ragazzo. Ma mi sentivo un po' strano, quella sera, e cambiai di posto.
Poi tornai a Milano e la sezione di Lotta Continua era in scontro con la redazione di Roma.
Si decise cos di occupare la redazione di Roma e io fui mandato in avanscoperta,
Arrivai a Roma e fu subito scontro con Andrea Marcenaro, per, in compenso, mi innamorai di Lucia.
Scrissi molto sul nostro giornale ma si vedeva che si stava esaurendo.
Poi ci fu il confronto in una grande aula dell'Universit, se ben ricordo, che fin in scontro.
A Roma conobbi Virginia Onorato e Marco Ligini con la figlia di Virginia e il loro cagnetto di nome Romoletto.
Grandi, indimenticabili amici.
Divenni un assiduo frequentatore dei locali che anche a Roma venivano detti alternativi.
Ma che bello con Lucia, aveva una figlia piccola piccola di nome Viola che per dire cattivo diceva TAT-TIVO. Un amore.
Sentivo la mancanza di Milano. Lasciai Roma. E Lucia. E Viola. Anche perch la storia era finita.
Tornai a Milano e i giornali dissero di me che ero poeta. Fui invitato a Milano-Poesia. Un successo.
Anche se balbettante, ma non per l'emozione, ma perch  una mia costante, la mia performance fu applaudita.
Nel Salento, a Lecce, proposi Salento-Poesia che oggi  arrivata alla settima edizione.
Poi scrissi Mmore dove feci uccidere, complice un nano invisibile: Giorgio Bocca, Elvio Fachinelli e Oreste Del Buono.
Fu in quei tempi che mi innamorai di Diana e fu un grande amore anche se fu solo un desiderio rimasto tale.
Ed ecco con alterne fortune che vi ho raccontato chi ero allora e che cosa, nel prosieguo del tempo, io feci.
Dimenticavo: mi pubblicarono un altro libro: Lezione di ballo. Successo di critica, tanto.
Soldi, niente.
Promossi, complice il Portnoy, riviste di poesia edite a Lecce: "L'incantiere" e "Il quotidiano dei poeti" di Antonio Verri.
E l'editore Vanni Scheiwiller, tra poco, mi pubblicher il mio ultimo lavoro: L'ultimo picaro, a cui, ne sono certo, arrider grande fortuna.
Per non dire del Memoriale che sar pubblicato in seguito.
Pubblicai anche (a spese delI'EN.A.IP) "Cuore (di Bruno)" con prefazione di Michele Serra.
Successe che mi innamorai di Patrizia e questa  la mia storia maledetta.
Cara "Repubblica", oggi ho 58 anni. E vi ho raccontato chi ieri ero stato: un carcerato poi liberato.
Come vi racconter oggi chi sono diventato: un uomo imprigionato. Di nuovo carcerato. Perch colpii con due coltellate Patrizia. Io, a 58 anni, ex ladro, a volte poeta, che tentai di uccidere Patrizia, 25 anni, bella, minuta, dal volto arabo. Insegnante. Lo feci per gelosia, cos dicono in troppi. In tanti.  vero che ero geloso, geloso da star male perch Patrizia si era scelta come amante Roberta, una sua coetanea. In due tengono 50 anni. Io, da solo, 58 anni. Ho cercato la morte. Ma seriamente. Digiunando totalmente. Dopo 32 giorni sono stato ricoverato d'urgenza in ospedale. Il Sindaco ordin l'alimentazione forzata. Ma io mi ero chiamato fuori dal gioco.
Ghe la fasevi p, e allora, via con le fleboclisi: ma io sapevo che ero gi morto. Ho lottato per quindici anni: dal 1974 al 1989 per riuscire a farmi accettare dal sistema.
E ho fallito. Cos pensavo, ma poi... l'Unit mi propose una rubrica quasi fissa su "Cuore", tema: le carceri. Apparve un barlume di luce. Smisi di non nutrirmi. Intenzionato a ricominciare da 58 anni. Grazie, anche, a Luca Fazzo, Stefano Jesurum, Piergiorgio Paterlini.
Convivendo con lo schifo che a volte mi soffoca al ricordo di quelle coltellate inferte a Patrizia.
Patrizia: dopo l'operazione a cui fu sottoposta continuava a ripetere: "perch l'ha fatto? perch l'ha fatto?"
Come avrebbe fatto una madre per giustificare il suo bambino.
Ecco, "Repubblica", che fine ho fatto. Imputato di mancato assassinio.
E incarcerato.
Di testimonianze te ne arriveranno. Ti prego di leggere anche la mia.
 un'esigenza, la mia, che ti  dovuta.
Perch me la hai provocata e mi dai la possibilit di sopportare meglio 'sto schifo di vita. Quando mi processeranno rifiuter la difesa. (Non  stato cos: Antonio Stasi e Gianluca Maris mi sono stati vicini. A loro dico grazie.)
Quello che mi danno mi danno. Non m'interessa.
Anche perch a 58 anni ogni condanna equivale ad un ergastolo.
Per non dire di peggio.
Ma per stare allegro ho cominciato a studiare i pessimisti: da Cioran e Schopenauer, a Leopardi. Se poi voglio ridere faccio ricorso a Toni Negri, un grande intellettuale, probabilmente di sinistra, se non ho capito male.

Cara Repubblica, ti ringrazio.
Ed ora mi trovo in un ex Monastero della Trinit, in Botticino. Scuola di Restauro deIl'EN.A.IP" diretta dal mio amico Gilberto Cereghini.
Agli arresti domiciliari.
Perch, al processo mi rifilarono 3 anni e 2 mesi.
Lo so, furono clementi. E va bene.

In attesa di altri eventi.

Bruno Brancher





DOMANDO: C' QUALCUNO TRA DI VOI
CHE MI SAPREBBE DIRE COME FARE
AD ELIMINARE IL RIGO NERO
DALLE FESSURE DELLA MENTE?



Prologo

Suonarono le sirene achtung achtung attenzione attenzione la terra parve sussultare e si sentirono le prime esplosioni

I rombi degli aerei da combattimento i sibili delle bombe in caduta libera le susseguenti deflagrazioni

Poi il cielo si dipinse di rosso e divamparono gli incendi e interi quartieri all'impatto con le bombe parvero frantumarsi

E gli aerei cos com'erano apparsi scomparvero apparve il silenzio poi si udirono le prime grida e i lamenti dei feriti. Suonarono il cessate allarme

Uscii di nuovo sulla strada macerie sparse per la via il bombardamento aveva divelto il selciato e in pi prodotto mulinelli d'aria polverosi

Quasi accecato semisoffocato mi precipitai in un portone aperto salii di corsa le scale e mi rifugiai in una soffitta quasi buia

Polvere ragnatele mobili alla rinfusa appeso da qualche parte notai un abito da sposa e un cappello a larghe tese

E una libreria colma di oggetti con varie cianfrusaglie disseminate sugli scaffali e scopersi un vecchio calamaio di cristallo e una penna stilografica che luccicava come fosse d'oro

Scopersi anche dei fogli ingialliti dal tempo e vergati con scrittura svolazzante fogli che al tocco delle dita parvero crepitare

Le soffitte mi emozionano sempre ma non mi sarei mai aspettato di scoprire ci che a prima vista mi appariva come un manoscritto

Ho letto il manoscritto e misteriosamente nella mia capa momentaneamente confusa apparve una frase che si ripeteva monotonamente e che suonava cos

Come eliminare il rigo nero dalle fessure della mente

Presentazione del manoscritto trovato in una soffitta

... tutti i miei amici hanno riso all'udire quella storia inventata l per l per il solo scopo di divertirli ma le loro risate mi lasciarono del tutto indifferente e cos mollai la compagnia (come diciamo noi volgari) e loro in coro si misero a gridare che dai non fare cos non andare via raccontaci ors un'altra storia e io non avrei avuto nessuna difficolt a raccontare loro un'altra storia ne conosco mille di storie e se non sono storie vere non fa niente io le storie sono capace anche di inventarle s va bene dissi loro vi racconter un'altra storia ma solo a un patto che almeno uno del gruppo mi dica come si potrebbe fare per eliminare il rigo nero dalle fessure della mente

... uscii e mi avviai verso l'orto desideravo la solitudine e mi accovacciai sul bordo di una grande vasca di cemento colma d'acqua da usare per l'irrigazione del terreno sentii solleticarmi una gamba pi precisamente si trattava della caviglia guardai e scopersi un grande topo nero di fogna il quale per nulla intimidito dalla mia presenza con tranquillit almeno cos a me parve annusava l'aria e mi chiesi devo ammetterlo un po' oziosamente se quel topo non fosse per caso a conoscenza del come fare per eliminare il rigo nero dalle fessure della mente

... gli sussurrai psss psss vieni qui vicino a me topaccio rognoso e lui il cretino ubbid e mi sal sul palmo della mano e mi guard di sottecchi come solo i topi sanno fare e si permise (pure) di sogghignare e io lo scaraventai in acqua e lo stetti a osservare non male come nuotatore e io non lo invidiai neppure poco perch gi sapevo quale sarebbe stato il suo breve e terribile non futuro e chiss? pensai che l'uccisione di un topo non riesca a produrre magari per simpatia? una specie di maga in grado di eliminare il rigo nero dalle fessure della mente?

... mi procurai una lunga pertica e ogni volta che il topo tentava di risalire la china io lo ricacciavo in acqua finch quel topo anche se troppo lentamente riusc ad annegare trassi un sospiro di sollievo posai la pertica e tornai dai miei amici ma ero un po' preoccupato e anche deluso perch mi ero reso conto che neppure uccidendo sarei mai stato capace di eliminare il rigo nero dalle fessure della mente

... e fu cos che raccontai ai miei amici la storia questa volta veritiera dell'allegro e fiducioso topo e della sua lenta e miseranda fine e i miei ascoltatori all'udire la storia si entusiasmarono e applaudirono ripeto scrosciarono gli applausi a cui si aggiunsero risate cristalline ma non mi aspettavo un trionfo di quella portata ero sul perplesso insomma diffidavo di tutta quell'allegria vuoi vedere? pensavo che stanno irridendo tutti i miei tentativi finora falliti sul come fare per eliminare il rigo nero dalle fessure della mente?

... venne notte e a letto non riuscii a prendere sonno alle prime luci dell'alba mi avviai verso il bosco mi imbattei in un immenso albero frondoso scelsi un ramo e su quel ramo mi impiccai ma quel ramo sotto il mio peso si schiant perch s  vero che quell'albero aveva un'apparenza robusta ma in compenso il ramo era marcio come dire che molte volte l'apparenza inganna anche l'occhio pi esperto dicevo di quel ramo con me appeso ecco caddi svenni e rinvenni riapersi gli occhi e mi vidi davanti una fanciulletta della mia et dal volto preoccupato pareva chiedersi con muta speranza se ero riuscito perlomeno ad eliminare il rigo nero dalle fessure della mente

... ma poi quella ragazza mi sorrise poi mi tolse il cappio e mormor affinch non la sentissi distintamente che io ero bello ma so per certo che lo disse cos per dire (le solite esagerazioni delle ragazze quando sono sorprese) e io la presi per mano e silenziosi felici a volte saltellando per evitare di calpestare le immense evacuazioni delle mucche di cui tutti i prati di campagna abbondano lei ogni tanto si chinava a raccogliere qualche fiore (sapete come sono fatte le ragazze) ci avviammo verso il paese "s vivere  bello" come grid in stretto argot parigino il famoso Jaquott detto il fortunato appena dopo essere scampato miracolosamente alla forca a cui era stato ingiustamente condannato causa efferati delitti ma io sono certo che neppure Jaquott il fortunato saprebbe come fare per eliminare il rigo nero dalle fessure della mente

... mi trovavo di passaggio momentaneamente rinchiuso in un riformatorio e la mia santa madre ottenne il colloquio mi port il "pacco" ovvero un po' di roba da mangiare (cos tanto per variare il solito men) e con salumi formaggi e altre buone cose riusc a fare passare di nascosto un pacchetto di sigarette AFRICA s quelle con raffigurata sul pacchetto l'immagine della negretta nuda terminato il colloquio tornai in cella guardai la negretta nuda e immediatamente mi masturbai la masturbazione! autonomia manuale come si suole dire e dicono (anche) che in certi casi calma i desideri e i languori sessuali e chiss? pensai vuoi vedere che  questo il giusto metodo per far s che scompaia il rigo nero dalle fessure della mente?

... il mattino dopo ero in cortile c'era grande animazione due squadre di ragazzi si erano sfidati al gioco del pallone un tale anchilosato di natura s handicappato insisteva nel volere giocare anche lui ma gli altri non lo volevano e allora quel ragazzo si mise a urlare e molti ragazzi cominciarono a colpirlo con pugni e pedate poi qualcuno gli tir un sasso il principio della lapidazione e io corsi in suo aiuto perch anch'io sono un handicappato balbetto (e di brutto anche) (come diciamo noi volgari) e i picchiatori lasciarono la prima preda per poi scagliarsi su di me fui sommerso da un branco di bestie feroci che mi colpirono con pugni con calci caddi e s lo devo ammettere io non sono un eroe mi rannicchiai su me stesso e urlando piansi smisero di picchiarmi ma l'umiliazione fu grande e fu giusto in quel momento umiliante che sentii dolorosamente pulsare il rigo nero nella fessura della mente

... tornai nella cella e mi tagliai i polsi ma le guardie se ne accorsero troppo presto e mi salvarono la vita fui trasportato in infermeria dove i tagli furono ricuciti a carne viva senza anestesia e io dal dolore svenni quando rinvenni vidi davanti a me il direttore di quel riformatorio il quale giulivo sventolava un foglio mi ragguagli che il Giudice aveva firmato per la mia libert "te voret vid che viv l' proprii bell?" (... vuoi vedere che vivere  proprio bello?) cos esclam Lazzaro un attimo dopo essere stato resuscitato da Ges lo disse in perfetto idioma aramaico che io mi sono permesso di tradurre usando il dialetto milanese che cos tanto somiglia a quella antica lingua (la cronaca delle prime parole pronunciate da Lazzaro rivivente mi  stata raccontata dai demoni entit con cui io ho molta confidenza) come so per certo che neppure Lazzaro - Ges e Jaquott il fortunato e i demoni sono a conoscenza del come fare per eliminare il rigo nero dalle fessure della mente



Epilogo

La guerra era terminata e la gente ballava felice nei cortili in strada anche sotto l'Arco della Pace

Ma io non so ballare e fu cos che mi ricordai della vecchia soffitta sentii la voglia di ritornare per rivivere la prima sensazione di mistero

(E dedicare un pensierino a quello sconosciuto scrittore tendenzialmente portato a nuocersi)

Rimisi piede nella soffitta ritrovai l'abito da sposa ed il cappello a larghe tese indossai l'abito da sposa e presi a camminare ancheggiando e fui preso da leggero turbamento

Poi mi parve di udire una risatina intervallata da brevi e nervosi colpetti di tosse ma forse era un singhiozzo

"Tesi l'orecchio" come farebbe l'indiano Sioux a caccia di bisonti finch udii una vocina che cos disse

"Ti  piaciuto il manoscritto? Visto? Sono un reo confesso ma non riesco ancora a pentirmi dei miei errori anche se non li vanto"... risposi

"S mi  piaciuto sei un bravo scrittore riesci da subito a captare l'attenzione del lettore ma dimmi sei poi riuscito a eliminare con il rigo nero dalle fessure della mente anche il tuo dolore?"

"No mio caro ragazzo che ti vesti con abiti da sposa sono morto senza riuscire a eliminare il rigo nero dalle fessure della mente sono morto mentre non mi sentivo felice amavo ricambiato una giovane ragazza poi fummo investiti da una grande bufera da un ciclone lei sopravvisse e io morii ma lentamente senza essere mai riuscito a eliminare il rigo nero dalle fessure della mente e morii col mio dolore accanto..."

Attesi a lungo la prosecuzione del racconto prima di accorgermi che la voce era scomparsa e non sopportai pi quel ridicolo abbigliamento mi tolsi l'abito da sposa e scomparve il turbamento

Poi mi parve di udire come l'eco di un lamento o forse era un sospiro poi la soffitta fu rabbuiata dalle prime ombre della sera

E mi resi conto anche che sarebbe stato del tutto inutile domandare a quell'anima inquieta se lui era a conoscenza del come fare a eliminare il rigo nero dalle fessure della mente...



P.S.

A casa rimirai il calamaio di cristallo
caricai la penna stilografica con inchiostro verde
vidi quel foglio bianco che da troppo tempo mi perseguita
pensai al manoscritto di quell'Autore
e lo ritrascrissi con parole mie
ho raccontato della morte di un uomo mentre era infelice
e il pennino scorreva senza inciampi velocemente
e la scrittura fluiva via
rapida e sicura
e il foglio da bianco fu attraversato da segni verdi
trassi un sospiro di sollievo
finalmente pensai
la maledizione del foglio bianco
non mi avrebbe pi perseguitato
ma la mia felicit non era completa
perch ancora non sono riuscito
maledizione
a eliminare il rigo nero dalle fessure della mente.

Domando: C' qualcuno tra di voi che mi saprebbe dire come fare ad eliminare il rigo nero dalle fessure della mente?



DELIQUIUM(3)
(Ossequio al grande August Strindberg).


I PICCIONI.

Sia che facciano sulla casa un rullo di tamburo velato;
sia che escano dall'ombra, faccian capriole, splendano al sole e rientrino nell'ombra;
sia che il loro collo fugace viva e muoia come l'opale al dito;
sia che si addormentino, a sera, nella foresta, cos stipati che il ramo pi alto della quercia minaccia di spezzarsi sotto quel carico di frutti dipinti;
sia che quei due l si scambino saluti frenetici e, da subito, comincino a smaniare l'un contro l'altro;
sia che questi ritorni dall'esilio con una lettera, e voli come il pensiero della nostra amica lontana (una prova d'amore!);
tutti questi piccioni, se a tutta prima divertono, finiscono poi con l'annoiare.
Non amano star fermi un momento; ma i viaggi non li istruiscono affatto. Restano un po' grulli tutta la vita. Si ostinano a credere che i figli si fanno con il becco.
Ed  veramente insopportabile, a lungo andare, quella mania ereditaria d'aver sempre in gola qualcosa che non vuole andar gi.

I due piccioni: "Vieni, amorre...
Vieni amorrre... Vieni amorrre".

IULES RENARD, Storie Naturali.


Prologo.

Nelle notti milanesi pu succedere di tutto come incontrare, inciampandovi sopra, un uomo steso sul marciapiede perch colpito, cos a prima vista pareva, da colp scagliati con feroce determinazione. Udii dei suoni e mi accorsi che provenivano dalla bocca di quell'uomo, mi chinai e ascoltai. Nulla di interessante, ma ci che pi mi colp in quell'uomo, cos esageratamente sconfitto, fu il nauseabondo odore di alcool che emanava da tutto il suo corpo, che, espandendosi per l'aria creava come un sentore di decomposizione. Un uomo ferito e ubriaco; pensai: "devo dargli una mano".
Stava rannicchiato come un bambino assopito; le labbra sanguinanti; e i capelli, bianchi e lunghi, erano sparpagliati sul marciapiede, come fili di una matassa non completamente sciolta.
"Gi," - mi dissi - "devo proprio aiutarlo."
Giusto mentre stavo per mettergli la mano sotto la testa (si fa sempre cos, no?) l'uomo mormor qualche parola di cui mi sfugg il significato. Improvvisamente si rialz e barcollando tent di attraversare la strada. Il mio buono spirito samaritano non mi aveva ancora abbandonato, s che lo sorressi passandogli una mano sotto le ascelle. Il suo equilibrio era del tutto precario e il mormorio, incomprensibile mormorio, continuava ininterrottamente. Incuriosito lo guardai dritto in faccia e incontrai i suoi occhi; occhi lucenti, con uno strano bagliore. Quasi intenso. Lo osservai ancora pi attentamente e notai sulla sua bocca, che era ferita, "una specie di sorriso", che, nello stato in cui si trovava, dava un accenno di furbizia e di trivialit su di un viso tutto sommato veramente brutto. Un ghigno. Giunti che fummo in mezzo alla via, il piccolo uomo (piccolo perch di bassa statura), mi blocc con un abbraccio fermo e convinto. Vomit lacrime e sangue e vino sulla mia bianchissima maglietta di recente acquistata all'Upim. La scritta, da me disegnata, Tendencial Suicides, dipinta in rosso a mo' di sangue grondante, si sciolse al contatto dei suoi umori eruttanti. Afferm tra i singulti che io ero Cristo, sicuramente un santo, perch aiutavo i bisognosi.
Poi... ecco; poi. Si frug nelle tasche di una giacca bisunta finch trov ci che cercava; vidi da subito che si trattava di un manoscritto, ma la sua ricerca fu cos veloce e cos fulmineo il suo gesto che il fatto mi prese alla sprovvista. Successe anche che io, vecchio e inguaribile proponitore di manoscritti, i miei, fui ammirato e un poco conquistato da ci che pensai fosse una nuova forma di divulgazione. Mi dissi: "questa  arte, grande arte, ah! cosa non farebbe lo scrittore, il poeta, pur di farsi leggere. Conoscere!" L'uomo dai capelli lunghi e bianchi, direi fluenti, parve captare il mio pensiero e cos esclam: "eh! eh!"
Fu laconico, certo, e a me rimase il mistero di una domanda inespressa lasciata senza alcuna risposta.
Nelle notti milanesi pu capitare di tutto: come il ritrovarsi un po' smarrito nel mezzo di una strada con in mano un pacco di fogli un po' sgualciti, scritti con una calligrafia rotonda, minuta. Infantile.
Ho letto il manoscritto e, nella lettura, a volte piangevo, a volte ero scosso da sussulti di irrefrenabile ilarit.
A volte ero pervaso da una sensazione di mistero che neppure la fine della lettura riusc a dissipare, Sconcerto.
Ve lo propongo. Buona lettura.




Dove si racconta del Nano, e dell'incontro
che ebbe con un colombo, o piccione,
volatile falsamente mite che infesta
i cieli di Milano e importuna i loro abitanti.
Con strida ed escrementi,

Il Nano si aggir per la stanza e il suo sguardo si pos su pareti tappezzate da disegni e dipinti di amici e conoscenti. Doni. Vide la libreria con qualche centinaio di libri. Le finestre, aperte, davano su un balcone, o piccola terrazza, che fu costruita in modo strano; voglio dire che si affacciava direttamente sui tetti del caseggiato.
Dalla terrazza vide i vecchi tetti di Milano, con i loro comignoli che il tempo aveva ricoperti di una leggera patina nera. Vecchi tetti, spezzati, nella loro ripetitivit, dai grattacieli, in quella zona molto numerosi. Su tutti predominava il grattacielo Pirelli. El pireln, cme disum nm. Calpest un tappeto unto e bisunto, stracciato qua e l; "troppo sbrindellato" - pens -"uno di questi giorni lo butter nella spazzatura". Si sent 'nu pocu triste. Si prepar del caff. Prefer berlo amaro. "Niente zucchero" - mormor - "senn rischio di ingrassare ancora di pi." Si guard allo specchio e l'enorme prominenza della pancia lo fece cadere in prostrazione. Un gran pancione. Momento terribile. "Uno di questi giorni coprir lo specchio." Tent di bluffare con se stesso fingendo di scherzarci su: "ah ah somiglia alla pancia di Elena che  al quinto mese". L'infelice battuta non fece che aumentare la sua malinconia.
Si appoggi al bordo del tavolo, e, smentendo molti luoghi comuni, non trasse alcun profondo respiro Manco sospir, s che gli venne a mancare quella naturale "valvola di sfogo" che tanto bene fa allo core.
Adocchi il letto e volle stendersi, calmarsi; che sparisse, maledizione, quella gnagnera del cazzo che riusciva a bloccarlo in ogni movimento e iniziativa. Improvvisamente cambi idea. Memore di passeggiate infinite in spazi ristretti di qualche penitenziario, il Nano, camminando su e gi per la stanza volle tentare, almeno, di pensare. Pensare e nello stesso tempo fantasticare. Dico: neppure un'ombra di pensiero distolse il Nano dalla sua gran tristezza. Di nuovo, soffocando il disgusto, si sofferm davanti allo specchio e successe che questa volta lo specchio gli rimand l'immagine di una bella figura d'uomo aitante e snella, nel fiore degli anni, dai capelli crespi leggermente brizzolati, solo un tremolio di polvere d'argento sfiorava i suoi capelli... "le dona, sa? le dona molto," come sussurr una volta lo chef Riccardo a Teresa, una sua amica... e gli occhi erano vispi e attenti. Le mani si vide: mani dalle dita affusolate e ben curate. Sorrise a trentadue denti; bianchissimi e quasi lucenti. Splendenti. Le labbra si vide: carnose, rosee, ben disegnate. Sensuali.
Mormor compiaciuto: "sunt verament un bel' omen".
Successe che la figura vista allo specchio poco a poco si dissolse e di lei non rimase che una limpida distesa di cristallo dove saett una rosa rossa. Poi apparve una candida nuvola da dove precipitarono, in cascata disordinata e sonante, drin drin trin migliaia di diamanti che picchiettarono sul cristallo rifrangendosi in innumerevoli bagliori.
Poi il vuoto. Per un attimo lo specchio non riflesse pi nulla. Se si esclude un desiderio, il quale  invisibile come tutti li desideri de 'stu munno.
Riapparve la sua figura di sempre: tozza, sgraziata. Grassa.
Il Nano sal sulla terrazza e mentre stava per sdraiarsi su un'amaca ebbe un incontro con un colombo. O piccione. Ne segu un dialogo che io tenter, su queste pagine, di trascrivere nella maniera pi appropriata. E comprensibile.
Disse il colombo al Nano:
"Signor Nano, senti questa: tu sei un umano, io invece no, sono una bestia: precisando: tu sei un uomo e io un uccello. Tu, come uomo cammini, io, come bestia zampetto.  una verit, non puoi negarlo. Tu, a volte pensi; io, come bestia, non penso, ma in compenso volo, cosa, questa, a te mai riuscita".
Il colombo attese la risposta del Nano che non si fece troppo aspettare: "Ehil, colombo, hai espresso un concetto che a prima vista appare inconfutabile. Mi correggo, non sono dei concetti, ma delle ipotesi anche se a primo udito possono sembrare ovvi. Non a caso il termine inventato per riconoscerti dalle altre specie animali , piccione, che noi umani usiamo spesso per definire la persona ingenua e sprovveduta. "Te set un piviun," come dicono i lombardi nel loro dialetto di una volta..."
Il Nano raggiunse l'amaca e vi si lasci sprofondare, indi, cullato e rinfrescato da leggere folate di vento, ascoltando la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, da essa deliziato, si rilass dalle fatiche di una giornata non ancora iniziata. Ma, improvvisamente, fu preda di una leggera irritazione, e scopr che era causata dalle sciocche enunciazioni di un colombo un po' troppo impertinente. Per sua stessa natura assai permaloso, il Nano represse un moto di stizza e prosegu nella risposta: "... Succede che tu, oh piccione, vivi sui tetti e negli anfratti dei balconi, che sono il tuo regno: e, s,  vero, tu puoi spiccare quanti voli vuoi; io, invece, vivo sotto le tegole di un tetto, ma se tentassi di spiccare il volo piomberei immediatamente al suolo. Mi fracasserei all'istante. (Cosa che  gi successa alla signora che abitava prima di me in questo appartamento. Improvvisamente si ritrov ammalata, e, in solitudine com'era, decise per il gran salto. Si incontr con un concetto e lo trasform in realt ricevendone in cambio un gran botto e la fine di tutte le sue paure. Pochi giorni dopo io occupavo, legalmente, la sua casa.)
"Sappi, per, piccione, che anch'io una volta tentai il volo, ma l'impresa fall miseramente; ti dir di pi: riuscii a innalzarmi nel cielo, e fu cosa meravigliosa. Inesprimibile. Il volo dur poco tempo, successe che precipitai quasi subito. E l'impatto con la realt fu assai doloroso. Poi, dolorante, non piansi ma lanciai anatemi che si persero nel nulla e che non colpirono nel segno. Tu hai le ali e voli. Noi abbiamo le braccia e le gambe e, all'occorrenza, sappiamo arrampicarci. Cosa, questa, a me mai riuscita.
"Ci che io ho tu non hai. In compenso tutti e due abbiamo un cuore, e questo in un certo senso ci unisce. Ma dimmi, piuttosto, hai bisogno di qualche cosa? In che posso esserti utile? Avanti, parla..."
Il colombo cos replic al Nano:
"Non riesco a seguirti attentamente. I tuoi concetti sono troppo complicati per la mia povera testa, che in questo momento , come si usa dire, altrove. Sappi, per, che sono angustiato da un grave problema; ti chiedo di ascoltarmi, di donare un poco del tuo tempo, che so prezioso, all'ascolto della richiesta che ti far",
Il Nano, sorseggiando del buon cognac, facendo schioccare le labbra (come solo lui sa fare); tra una pausa e l'altra della degustazione cos rispose al colombo: "Di favori ne faccio ogni giorno, con la mia statura procuro piaceri a infanti e adulti, cortesemente dico s a tutti; parla, colombo, ti prester l'attenzione che mi hai chiesta. In questo momento mi sei simpatico, dunque approfitta della mia attuale disposizione, benigna, d'animo".
"Mves, richiedi, che i miei umori sono bizzarri. Mutevoli come i venti salentini."
Confortato dalla risposta del Nano il colombo prosegu nella sua richiesta:
"Come vedi sono un giovane colombo. Sappi che sono stato abbandonato da mia madre che si  trovata un avvenente amante. Si sa che a volte l'amore fa scordare anche i doveri familiari. Sappi che sono rimasto solo e senza famiglia;" il piccione, commosso dalle sue stesse parole, (come un poeta di mia conoscenza), unendo le ali si asciug "una furtiva lacrima". Prosegu nel suo racconto dicendo:
"Ho deciso di affrontare la vita con buonsenso e grande coraggio, cos ti chiedo, o grande uomo, di donarmi un piccolo spazio all'interno della tua abitazione. A Milano l'inverno  rigido e a volte il gelo supera le temperature polari. Nella tua casa possiedi anche un caminetto e il suo calore mi protegger da tutti i geli invernali. Ti prego, accetta questa mia umile richiesta. Io, in cambio della tua generosit, non ti dar nulla di tangibile, ma ti doner amore. Tanto amore".
Al sentirsi interpellare come grande uomo il Nano si inorgogl, ma questo succede anche a chi Nano non .
Il Nano pos per terra il libro che stava leggendo, e bendisposto verso quel volatile cos insicuro e pauroso degli inverni milanesi, gli rispose quanto segue:
"Gentil colombello, solo un animale come te poteva gratificarmi con quel 'grand'uomo', che, se detto da altri, intendo i miei simili, suonerebbe come sbeffeggio e pernacchioso insulto; apparirebbe come una non troppo velata ironia di tipo indubbiamente spregiativa; ma (ripeto), anche se suona un po' adulatoria, questa frase, detta da te, bestia e non uomo, suona vera e sincera e io la prendo per buona, visto, tutto sommato, che le opinioni vanno interpretate dalla classe sociale degli individui da cui provengono. Opinioni. E classe sociale. Un gran casino; ma, insomma, stringi stringi tutto  molto semplice. Voglio dirti: se tu sei pezzente puoi anche inventare qualcosa che somigli alla la Divina Commedia che sarai irriso. Non sarai credibile. Ma, facciamo che ti chiami Licinia Vaffan, una vecchissima signora dalle origini molto aristocratiche: vedi lavoro nei campi veneti, dico: contadina; con amante un cretino con l'hobby dei pulloverini in puro cachemire; feroce contestatore negli anni ruggenti e di piombo, che il tempo ora ha trasformato in penoso gigol, appunto, vedi che questa stupida donna, con la protezione 'intellettuale' di un povero uomo terrorizzato dalla povert, scriva e pubblichi un libro; okey (e in questo momento io piango dolore e produco accidia); bene, la sua posizione sociale le permetter di arrivare tronfia e pi stupida del solito a Milano e di chiedere, subito concesso, a una libreria di prestigio uno spazio per la presentazione del suo libro ed esibire un penoso e vomitevole libbro (con due bi) circondata, naturalmente, da gente plaudente. E ossequiente. E tu, o povero e indifeso colombo, anche se a volte rompi un po' li coglioni con la tua costante e petulante presenza, come posizione sociale, anche tra gli animali, occupi un miserrimo posto. Sei dietro a cani e gatti, e questo  comprensibile; il fatto  che ti sei fatto superare anche da cardellini e usignoli e altri volatili, per non dire, (ma lo si dice), dagli stessi roditori: o topi bianchi o gialli, criceti, a volte anche minuscoli coccodrilli, deliziosi e teneri alligatoretti che ti mangiano sul palmo della mano pezzettini di carne fresca e cruda che il loro 'padrone' si  premurato di tritargli a dovere. Vedi il bambino con quella carne rosa e tenera che ancora sgocciola sangue rosso? ed il rosso del sangue che gocciola fuoriuscendo dal piccolo incavo di quella deliziosa manina e tracimando forma una cascatella di rosso sangue, con la mamma che dolcemente lo rimprovera? Sta nutrendo il coccodrilletto. Un mio amico  riuscito ad allevare anche una civetta. Bestia stupenda e anche servile; basta che lui faccia un gesto e lei squittisce come un topo. Come vedi, le tue quotazioni, dall'epoca del Diluvio, sono in ribasso; ma non te la prendere, non sempre si pu rimanere a galla. A volte si affonda. Guarda me per esempio, ieri sugli altari e oggi non ancora nella polvere; diciamo comunque che pi gi di cos non posso stare, ed ecco per quale motivo prendo per buona la tua smaccata adulazione. 'Grand'Uomo', ma dai! non suona vera ma a me sta bene cos.
"Entra in questa casa e godi delle sue comodit. Gi che ci sei puoi anche rifocillarti".
Al colombo, nell'udir la risposta del Nano, dalla gioia e dal gran piacere gli s illumin anche il becco. Volendo strafare il colombo continu nella sua perorazione dicendo:
"Ti sar eternamente grato e sempre sarai ricordato con grande affetto. So che sei un uomo solo e io ti terr compagnia. Al mattino, prestissimo, sarai svegliato dal mio canto, che, a detta di taluni, viene chiamato anche dolce tubare. Sappi che sono in procinto di fidanzarmi con una gentil colombella, e, se le cose vanno come sono sempre andate, e non ho ragione di temere il contrario, nella prossima primavera saremo in molti a tenerti compagnia con le nostre tenere attenzioni, con i nostri canti. Solo per te ci riuniremo e formeremo un coro. La tua solitudine sar allietata con svariate e l'un dall'altra diverse canzon d'ammore".
Successe che il Nano, al sentir parlare di canti d'amore, di tubii, e di cori, con tanto di lodi innalzate al cielo da entusiasti e anche numerosi cantori mattutini, preso da improvviso furore cambi bruscamente di umore; da dolce divenne truce, da buon amico del colombo, da subito si trasform nel suo acerrimo nemico. Assai incazzato il Nano esplose nella sua ira. Url: "Taci, tu, maledetto piccione figlio di una colomba devastata, non ti azzardare mai pi di promettere, anzi minacciare, canti e cori. Il vostro canto, si fa per dire, canto!  stonato, e il vostro tubare mi fa rabbrividire. Da ci che mi hai detto, rischio che ogni mio risveglio venga funestato dalla vostra presenza. Siete anche monotoni e le mie maledizioni, ne sono certo, non vi turberanno pi che tanto. Ascolta, o colombo, schifosa e indistruttibile bestiaccia purtroppo sopravvissuta a tutti li cataclismi de 'sto munno, sappi che se continuerai a molestarmi col tuo canto far in modo di distruggerti. E, come dicono gli eroi di molti film americani; 'non so come, ma ce la far'. Sappi che giusto pochi giorni fa ho catturato un tuo simile che era l'autore di terrificanti versi (come un poeta di mia conoscenza) e la preda mi procur grande gioia e piacere.
"Quando, stonando, cantava, lo vedevo tronfio e pettoruto: ma in quel momento, prigioniero, nelle mie mani, si trasform in miserevole essere: striminzito e tremebondo.
"Vistolo ormai alla mia merc, ripeto, una gran gioia alter l'animo mio. Grande vittoria, fu. Alla cattura feci subito seguire l'operazione che come immediato scopo aveva la sua immediata eliminazione. Dovevo ucciderlo. Manco il processo gli feci, perch conosco la mia debole natura; sarebbe bastato un accenno di singhiozzo e io lo avrei da subito assolto. Mi dissi: bando ai sentimenti, ti condanno a morte e non se ne parla pi. Ho provato ad affogarlo nella tazza del water, e, senti, per circa mezz'ora lo tenni con il becco accanto allo scroscio dell'acqua, ma dopo il trattamento che io pensavo mortale, quel tuo simile, appena prese contatto con l'aria, subito si rianim. Quel maledetto piccione respirava ancora. Bestiaccia indistruttibile e anche coriacea, eh? Ma anch'io sono ostinato; s che ho proseguito nel mio assai lodevole intento: gli ho preparato una forca in miniatura, con nodo scorsoio e tutto, gli ho infilato l'esile collo nel cappio e, per godermi al meglio la sua dipartita da questa terra, declamai a voce alta quel terribile verso di Franois Villon:

'uomini persi, da ragione alieni,
voi snaturati e fuor di conoscenza,
privi di senno, colmi di demenza,
pazzi sviati, d'ignoranza pieni,
che agite contro la vostra esistenza,
precipitando verso indegna morte
per vil bassezza, ahim, non vi rimorde
l'orrore che all'infamia vi assoggetta?...'

"e per affrettarne la morte l'u tiraa per i zampett... dici che tutto ci  disgustoso? Sei molto ingenuo; sappi che noi uomini siamo maestri nello sterminio dei nostri simili. Sappi anche, e te lo dico a voce bassa, che io non voglio essere disturbato nella mia solitudine che a volte mi produce sogni; che trasforma la realt del presente in modo abbastanza accettabile; che sono geloso della mia solitudine e dei miei sogni.  l'unica propriet che mi  rimasta in questa non pi tenera et. Odio il vostro canto. Odio gli altrui sorrisi, e il mio sorriso, anche perch, giusto ieri notte, mi  partito un dente, proprio quello che stava nel centro, s che quando rido il mio volto  come attraversato da una smorfia. E lo specchio che riflette un'immagine che il tempo e l'et sta deformando,.. Certo, lo tirai per le zampette e alla fine della operazione che come scopo aveva quello di affrettarne la morte, mi accorsi che quel volatile respirava ancora. Non mi detti per vinto. Gli appoggiai la testa sul tavolo della cucina e lo bloccai nei suoi sforzi di liberarsi; indi impugnai un gran coltellaccio, ma giusto nell'atto di calargli un fendente per 'staccargli di netto la testa del collo dal resto del corpo' i miei occhi incontrarono i suoi occhi. Lessi la classica, muta domanda: 'salvami, veh! salvami la vita', Anche non parlando riuscite a commuovere, eh? Siete bravi nel supplicare, bestiacce della malora; subdoli portatori di falsi messaggi di pace. Scagliai il coltellone lontano da me, e, profittando della mia momentanea confusione, della mia naturale disattenzione, quel furbastro di un piccione prese il volo; infil la finestra e spar, cos a prima vista parve, nel cielo fuligginoso e grigio di questa nostra citt. E tu vorresti allietarmi con il tuo canto? Per di pi accompagnato dal coro dei tuoi pargoli? Sci, va via de chi: 'questa ccasa mia, qqui comando io', vola sparisci, non inquinare con la tua presenza la mia gi fin troppo umile dimora; uccellaccio importuno e seccatore; 'infestante come un topinambur' (come scrisse di me Giovanni Gandini, poeta vero). Tu, al, volatilizzati, essere inquietante. Individuo assai sgradevole e importuno. E anche ripugnante." Il colombo era molto meravigliato dal brusco cambiamento di umore avvenuto in un uomo che, fino a pochi istanti prima, gli dimostrava grande amicizia; oltre che pauroso, il colombo era anche una bestia vendicativa. Ma il primo pensiero, in previsione di qualche atto del Nano che lui immaginava terribile, fu quello di mettersi subito in salvo. Prefer squagliarsela, come direbbe un vecchio e matricolato ladrone non ancora sconfitto. Bene, il colombo si mise subito in salvo volando al di l della finestra. A distanza di sicurezza, sicuro di non essere acchiappato, posatosi su un'antenna televisiva, il colombo, rivolgendosi al Nano, con voce stridente e resa balbettante dalla paura, lo maledisse. Il Nano, superstizioso da sempre, ascoltando fremette:
"Ascolta, nanetto, con il racconto dei tuoi reiterati tentativi di sterminio di un mio simile sei riuscito a spaventarmi, e, come solo gli esseri spaventati sanno fare, io mi vendicher. Te la far pagare. Sappi che sono (anche) un incallito traditore; so sorridere al nemico per riuscire, poi, a colpirlo con pi facilit.
"Questa  la mia maledizione, che solo al primo udito ti sembrer inoffensiva: da questo momento non riuscirai a commuoverti. Per nessun motivo al mondo proverai gioia. In qualsiasi maniera; dico: magari sorridendo alla vista di Tot. A te sar negata la gioia della normalit: non godrai n di dolori e tormenti, n di piaceri. Rimarrai sempre solo e, nel tempo, il tuo viso assumer sembianze da statua. Immobile. Pietroso. Non riuscirai neppure a ridere. E il pianto, per te, sar solo un desiderio. A te saranno negate tutte 'ste cose, perch sei un uomo crudele. Ho notato che quando parli balbetti e abbassi gli occhi. Ho notato che la gente ti sente estraneo, perch capisce, o intuisce, ci che tu conosci bene, ma tenti, stupidamente bluffando, di nascondere a te stesso: che la tua esistenza non  che una continua finzione. Questa  la mia maledizione, e solo con un gesto cortese, a me favorevole, si intende, la maledizione non avr pi valore. Sappi che non sarai pianto da nessuno".
Successe che il Nano, all'udire quella circostanziata maledizione lanciata dal colombo, si infuri ancora di pi; e pass immediatamente ai fatti: con un balzo si avvent verso l'antenna dove stava appollaiato il colombo. Tent di ghermirlo, ma il piccione, come aspettandosi la mossa, dimostr che nei casi essenziali l'era proprio no un pivin, con una piccola mossa abbandon l'antenna e si ritrov sospeso in aria. Batt leggermente le ali e prese a svolazzare attorno alla testa del Nano. E fu cos che al Nano venne a mancare la presa e rischi di precipitare nel vuoto. Disperatamente le sue mani annasparono in cerca di un qualsiasi appiglio e fu solo per caso, e gran fortuna, che le sue dita incontrarono le zampette del colombo.
Il Nano vi si artigli con tutte le sue forze. E grande fu la sorpresa del Nano, e immensa la sua meraviglia, quando vide la bocca della nonna aprirsi in uno smisurato ahahah sbadiglio, no, questo  un altro racconto, quando si accorse che, malgrado il colombo fosse gravato dal suo peso a lui appeso, come non accorgendosi di nulla, quel pivin de merda stava per spiccare il volo. Spicc il volo.
Fu cos che un nano, trasportato da un colombo, vol sopra i tetti di Milano. Sorvol i tetti di Milano.
Ma questa  un'altra storia, come direbbe la mia amica Cristina, la quale, da sempre nel dubbio...




INTERMEZZO

Dove l'autore spiega il titolo dato al suo libro:

Deliquim

Cordelia, la mia gatta, mi ha svegliato mordicchiandomi le orecchie. Quando ho aperto gli occhi ha messo subito in funzione la dinamo: rrrruuoaaarr. A suo completo agio si  messa di traverso, a mo' di sciarpa, sul mio collo e con quella linguetta rossa e rugosa mi ha raspato tutta la faccia. Mi alzo e lei mi si strisca tra li piedi scalzi. Eh? Cordelia? oggi sei particolarmente affettuosa. Che ti succede? ti vedo un po' ingrassata. Capito tutto, Cordelia, sei sul materno. Va bene cos, vuol dire che aumenter le razioni. La famiglia aumenta e le responsabilit si fanno pi pesanti.  mattino, e, guardando il cielo, prevedo una giornata afosa e umida. Tra l'altro mi sento come se fossi in apnea. Fatico a respirare. Sono annoiato; senza sentire il minimo stimolo. Scoglionato. Non voglio comunicare con nessuno. Se AnnaRita mi telefona le dir che sto partendo per le vacanze. Se si far vedere, ribalter immediatamente la storia, e, steso sul letto, con il volto atteggiato a uomo sofferente, l'avvertir con voce piana di uomo rotto a tutte le sofferenze, che i medici mi hanno trovato un cancro e che tengo ancora pochi giorni di vita. Il fatto  che lei s accorger subito che sto tentando una delle mie ultime carte affinch lei rimanga. Esco. Vedo ci che ho gi visto migliaia di volte s che le case si trasformano in alti e immensi muri grigi. Non un filo di vento, e il caldo si fa via via pi insopportabile e la strada si fa nera e appiccicosa. Il niente. Il niente. Vivo nel niente. Vivo di questa ripetizione che pianifica tutto. Anche i pensieri si fanno confusi per poi sparire nel nulla, SFFFFFFIIIIIIISC, un soffice peto di vento mi sfiora la fronte e io meccanicamente con la mano me la accarezzo e tra le dita mi rimane appiccicata una farfalla. (Lascer uno spazio bianco tra riga e riga s che le farfalle che mi svolazzano intorno, disturbandomi non poco, ci cadano, incollandosi per l'eternit... oh, no non volevo dire questo, chiedo scusa, mah!, non  bello desiderare la morte di s gentil bestiucce... ecco, lascer uno spazio bianco s che le farfalle che mi svolazzano attorno disegnino, con le loro ali colorate, deliziosi arabeschi.)
Arrivato sulla strada un ragazzino in corsa forsennata mi urla un saluto.
"Ciaaooo, Bruno."
Mi supera, barcollando, l'ubriaco della zona: biascica:
"Ssciao, Bruno".
Saluto il siciliano che vende cuscinetti a sfere all'angolo tra via Marco Polo e via Amerigo Vespucci.
L'osteria della via  aperta e io entro.
Niente aria condizionata in 'sti posti di periferia. In compenso fanno del buon caff.
Il caff esala un odore acre e aspro. Gradevole. "Virificante", come direbbe la mia amica Roberta, che ha la particolare abilit di cambiare una lettera a delle parole riuscendo nello stesso tempo a non cambiare il significato.
Il caff rianima; deve farlo, soprattutto oggi che sono inseguito da farfalle e che il cielo  bianco sporco e par che trasudi merda da tanto l'aria puzza e il clima  umido. Quasi vischioso. Succede che l'aria  immobile e che la strada mi si scioglie sotto i piedi.
Bevo il caff. Pi che berlo lo trangugio, e incurante che l' ancam sctent, lo apprezzo moltissimo facendo schioccare (come solo io so fare) la lingua. Lo schiocco  forte come uno sparo s che sguardi mitemente riprovevoli mi sogguardano.
Sono sparite le farfalle. Esco e appare una vespa. La vespa mi segue.
Tento di far perdere le mie tracce; meglio sarebbe dire che provo a frastornarla, ingannarla cambiando repentinamente direzione: uso la camminata del fantasma che mi insegnarono moltissimi anni fa quand fasevi el suldt. Il passo del fantasma ...gi... la storia vuole che il passo del fantasma prenda il suo nome dall'eroico sacrificio di un paio di centinaia di soldati, i quali, comandati dal loro capitano di assaltare l'altro fronte, si incamminarono, seguendo sempre gli ordini di quel loro capitano, in fila indiana mantenendo il pi stretto silenzio; dapprima costeggiando un ruscello; poi inoltrandosi in una risaia; indi, risalendo la collina, furono scoperti dal nemico che li prese alla sprovvista, giusto sul fianco, falciandoli di netto con la mitraglia.
Nessuno scamp alla strage. Morirono tutti. Capitano compreso. E i contadini, ancora oggi, giurano di sentire dei lamenti che si alzano nella notte e raggiungono i loro casolari; non facendo spaventare i bambini che a quell'ora dormono da un pezzo. I bambini verranno spaventati, pi tardi, dai racconti dei nonni. Soprattutto delle nonne. Questa  la storia. A mi me l'han racuntada tanti ann fa; quand fasevi el suldt. Ecco perch  detto, quel passo, "il passo del fantasma" .
Trattengo il respiro e percorro la strada in punta di piedi, le mani abbandonate lungo i fianchi, attento a non inciampare o a provocare il bench minimo rumore. So che gente incuriosita mi guarda e osserva attentamente i miei movimenti. Penso che la stessa cosa stia facendo la vespa, poich odo dapprima un ronzio che "par provenir da lontan"; ma il ronzio si fa pi forte fino ad assumere toni e rumori di un reattore. Tremendo sibilo. Adotto da subito il veloce incedere dei Marines che ho visto tante volte all'opera al cinema. Corro, curvato in avanti, a zighete zaghete. Vedo che ora la gente si  fatta folla e guarda. Qualche donna urla. Mi fermo ansante. La corsa mi ha spossato. Per ho vinto. Sono riuscito a sfuggire la vespa. Esulto e faccio un gran salto urlando viva il Milan, che non c'entra niente con la vespa ma che ci sta bene lo stesso. Sento in lontananza un altro suono:  l'urlo della sirena di qualche croce verde o gialla o bianca. O rossa. Quelle addette al recupero dei matti. Camminando rasento il muro della Honnewejll, un gran palazzo a vetri, dove, in un angolo interno di quel gran palazzo, ce sta 'na ragazzina di un sedici anni a dir tanto che si protegge dalle intemperie del tempo e nello stesso tempo batte. Si d. Ferma e immobile a volte la confondi con i marmi della casa che le specchiano la figura, s che pare un dipinto.  in attesa di qualche cliente, che, lei ne  certa, transitando come per caso la inviter da qualche parte. Andm? Le ordiner un po' d'amore, come si usa dire, e lei glielo dar. A pagamento, s'intende. Che lei  bella, ed ha le vesti corte, e le gambe ss ttonde, dalla pelle che luce. Sicuro, sar uno dei tanti clienti. Meglio se vecchi, pensa la ragazzina, sono i pi danarosi e anche i pi svelti; con loro non ci sono storie, zum zum e morta l: coi giovani, invece: "con loro mi viene voglia di giocare, ma non posso senn mi salta la giornata, ma loro ss bbelli e carini e ogni tanto a qualcuno mi vien voglia di coccolarmelo, ma podi no, se no le mei che cambi mestee, mica son qui per ammirare il paesaggio"... come mi disse, o confid, quella volta in cui mi inventai giornalista e le chiesi, oltre a quella cosa l, anche un'intervista.
Sbocco sulla piazza e una macchia nera, strisciante sul marciapiede, disturba i miei pensieri. La macchia che striscia  un grande scarafaggio. Lo guardo. Lo osservo attentamente. Lo scarafaggio si immobilizza e ricambia lo sguardo. Giuro che  vero: con lentezza volge la testa verso di me e mi guarda come aspettandosi una risposta a una domanda da lui formulata e da me non capita. Magari mi sta avvertendo de staa attento dove metto i piedi.
Mi chino per dargli una sberla e sento la sua voce che dice:
"Io sono brutto e striscio, d'accordo, ma anch'io ho diritto di vivere come vivono tutti gli esseri di questa terra; brutto, poi, l' dumaa 'na manera de d, diciamo, (pare che sussurri confidenziale), che i tuoi canoni della bellezza sono diversi dai miei.
"Il mio incedere  un poco sul traballante e procura non poche apprensioni alle persone che avranno la fortuna di incontrarmi.
"S, fortuna, perch  storicamente provato che io per lo meno non porto rogna. Hai presente gli scarabei nell'antico Egitto? bene, fanno parte della stessa mia famiglia.
"Succede per che noi tutti sappiamo che le cose belle nascondono con cura il loro stato brutto, alla fortuna fa da contraltare il mio aspetto per molti versi a voi ripugnante!" Mi chino ancora di pi e questa volta lo guardo attentamente; che bell'animale. Stupendo. Avevano ragione gli antichi Egizi. Penso di avere captato abbastanza bene il suo messaggio, ma non mi commuovo e gli rispondo quanto segue:
"Bestia nera orripilante, scarafaggio che te set minga alter, ma lo sai che il tuo aspetto viene usato per definire in modo volgare persone che ci sono nemiche? Lo sai che la tua stessa esistenza  legata agli umori dell'uomo? il quale non ti d la caccia solo perch la tua carne non  commestibile; sei immangiabile, almeno da noi in Italia, e il tuo corpo non  ricoperto da folto pelo: leggi: pelliccia. Vivi in luoghi bui, e a quel che ne so procrei numerosa prole. Non mozzichi, non avveleni, e a ci che mi risulta non sei neppure portatore di epidemie, ma nello stesso tempo scateni in noi uomini incontrollabile disgusto. Per preferisci vivere all'ombra dell'uomo e questo proprio non lo capisco. Sappi che chi ti parla  un uomo cattivo e insicuro; un uomo alla continua ricerca delle sue origini, ah, ah, ah, un uomo crudele e vendicativo, che el caragna come un vitelin de latt alle scene pi toccanti di qualche film o commedia; che si commuove alla vista dei trionfi sportivi; ma che non fa una piega davanti alla morte di un suo simile; e, tanto per continuare ad autoferirmi, hai a che fare con un mitomane (come lo sono tutti i poeti, gli scrittori, gli artisti in genere), io, che scrivo racconti e romanzi e che a volte tento anche senza quasi mai riuscirvi, di far poesia; dunque nel mio caso la mitomania  un pregio. Un uomo che in s assomma e racchiude mille difetti e quasi nessun pregio, il che, tutto sommato, forma il Santo. Potrei acciderti, ma nun lo faccio. Vuoi sapere il perch? Perch lo scricchiolio del tuo corpo, nel caso decidessi di ucciderti schiacciandoti, mi procurerebbe ribrezzo. Ss molto sensibbile. Come nausea mi procurerebbe la vista del tuo corpo disfatto; il bianco delle tue viscere, il marrone del tuo sangue.
"Ed  solo per motivi estetici e per debolezza di stomaco che io ti lascer vivere. Hai incontrato un tenero. Approfittane e fuggi.
"Lascio ad altri il fastidio che la tua eliminazione comporta. Non ti uccider, s che potr sempre affermare che la tua non uccisione fu un atto di grande umanit. Ed ecologico."
Lo scarafaggio, ne sono certo, aveva ascoltato con grande attenzione quello che gli avevo sciorinato. Infatti, sicuro di s, non fece manco un piccolo movimento, come sarebbe quello dello spostarsi di lato, per cedermi il passo e lasciarmi passare senza bisogno di scavalcarlo. Rimase fermo e immobile e io lo superai, attento a non inciamparvi sopra.
Con passi decisi mi incamminai verso una meta non prestabilita. Ripresi il cammino. Un nugolo di zanzare si scaravent su di me con l'intenzione di succhiare tutto lo sangue mio. Opposi resistenza e gesticolando mi schiaffeggiai pi volte tentando di spiaccicare quelle maledette zanzare succhiatrici. Gridai; urlai in stentato ebraico antico sonanti anatemi, che, ne ero certo, perlomeno le avrebbero spaventate; gutturalmente usai il dialetto milanese; lanciai urla disarticolare nell'antica lingua etrusca e poi latina, che, in tempi abbastanza recenti fu usata dai romani per conquistare il mondo.
Ma a nulla valsero le mie grida. Io non riuscii in nulla. Insomma, mi difesi ma fu cosa vana. Le zanzare infierirono punzecchiando, colpendo a loro piacere il mio corpo quasi esanime. Fui punto e strapunto. Rimpiansi l'assenza di Cordelia, la mia gatta che mi difende. Lei, grande professionista nella caccia di ogni tipo di insetto, sarebbe perlomeno riuscita a disperderle. Nell'azione di caccia, Cordelia  spettacolare e fulminea. A volte spietata. E il mio corpo fu ricoperto da centinaia di migliaia di milioni di miliardi di zanzare, le quali, accovacciate a mo' di avvoltoi banchettarono tranquille e indisturbate. Mi dissi che no, non sto sognando. E nello stesso tempo in cui realizzavo tutto l'orrore della situazione mi risognai quel sogno dove rose, tante rose piombarono nella mia stanza, e le rose continuarono a cadere, e come giganteschi fiocchi rossi invasero la stanza e ammucchiandosi sul pavimento si innalzarono fino a coprire il letto ove io sognavo; la nevicata di rose continu e copr il mio corpo. Le rose continuarono a cadere e io capii che stavo morendo causa soffocamento da rose. Per rose. Gridai e lo stesso mio grido mi risvegli. Steso per il marciapiede mi risvegliai, e mi accorsi di molti, troppi sguardi attenti che mi fissavano. Vicino a me, rossa, era posata una rosa.
Rialzandomi con noncuranza mi spolverai l'abito. Farfalle. Vespe. Scarafaggi. Zanzare. Ma che mi sta succedendo? Proseguii nel mio cammino.
Salgo sul tram che conduce nel centro di Milano. Punto su Brera. Poi,  certo, proseguir per il Ticinese. Un signore un poco dimesso chiede al conducente del tram se per scendere subito dal mezzo deve aspettare la prima fermata o la seconda. Il tramviere lo guarda di traverso e non gli risponde. Arrivo al Garibaldi e incontro la pccola Gabriella che mi chiede se per caso conosco qualcuno che  in possesso di una casa da prestarle. Le rispondo chenn, non conosco tipi cos; che non se ne trovano pi in giro come succedeva una volta. Allora s che eran bei tempi... "erano ggiorni ss, erano ggiorniii..."
Vado dalla mia amica Olimpia che  proprietaria di quel bel negozietto dove trovi mille cose divertenti e anche belle; dove trovi esposti i pi carini gilet del mondo, a volte anche a modici prezzi. E se hai pazienza, e diciamo che hai tempo da perdere e frughi con cura tra gli stracci, puoi anche scovare una maglia o giacca o sciarpa in puro cachemire e naturalmente la scoperta ti rallegra e tu fai finta di niente e gli chiedi con fare un po' troppo noncurante, buttando la merce sul tavolo: "Quanto fa?"
E ti meravigli (ma non troppo), quando senti un prezzo troppo alto e non proporzionato al reale valore di "uno straccetto" che tu volevi fare passare come mercanzia di nessun valore. E brava Olimpia, anche se pare nata ieri i suoi affari li sa fare bene.
Incontro l'amico che non vuole pi fare l'operaio in fabbrica, e che, in attesa di decidere che altro fare nella vita, per campare ripara e aggiusta vecchie radio e frigoriferi e televisori, e lavatrici.
Questo da una quindicina di anni.
Attraverso la citt, e mi inoltro nel Ticinese.
Il mio amico del Pois mi offre un amaro Ramazzotti. Non mi piace ma lo accetto lo stesso: che il mio amico del Pois  molto permaloso.
Il mio amico del Caf Letterario Portnoy mi offre un bianchirlo secco Pinot.
Il mio amico dell'Operetta mi offre un Glen Livet. Il mio amico del Baretto mi offre un caff sceccherato che  la sua specialit. Come le sue battute folgoranti (che troppo spesso colpiscono nel segno).
Il mio amico del Gran Burrone mi offre un cognac; francese, si intende.
Il mio amico della Pasticceria, appena mi vede, mi punta un coltellaccio alla gola e rauco mormora: "Quando mi ridarai indietro il mio manoscritto?" Ah ah, so che scherza: come so che sono un po' impallidito. Poi ridendo mi offre un Jack Daniels. "Assaggia, senti che roba." Il mio amico dell'Isola Fiorita mi offre una grappa. Il mio amico dell'High-Tech mi vende un letto tutto costruito in ferro, opera (lui dice e io gli credo) di un noto architetto americano. Letto che nel tempo era diventato un fondo di magazzino. In compenso mi regala una poltrona in ghisa tutta dipinta di bianco;  un modello (lui dice), opera di un grande architetto spagnolo. Afferma che la stessa poltrona fa bella mostra di s, con tante altre di ugual foggia, nei giardini pubblici di Barcellona. Incontro Paolo a cui vendo, spacciandolo per autentico, un orologio Cartier. Il mio amico dell'Acquasporca mi offre un bicchiere di vino. Il mio amico delle Scimmie mi offre una birra rossa irlandese. La mia amica Silvana, l al Cristall, mi offre un gelato alla castagna inondato di whisky. Bevo, pagando, un Fernet Branca da Rattizzo. Il mio amico Primo Moroni, titolare della libreria Calusca, mi informa che la ITSOS, una scuola facente parte dell'Umanitaria, ha richiesto una ventina di copie del mio primo romanzo: Disamori.
Un mio non amico, proprietario della Ca' Malandr e della discoteca "Prego", mio antico compagno di sventure, mi chiede due copie del mio ultimo libro Lezione di ballo, e, avutele, le mette sotto una gamba di un tavolino traballante: "Visto? ora non zoppica pi".  sera, un po' confuso mi siedo sui gradini della Basilica di Sant'Eustorgio. Desidero rilassarmi. Chiudo gli occhi e vengo preso da una grande nausea. Vomito anche l'animaccia mia bella. Mi addormento nel mio vomito e lampi accecanti disturbano il mio riposo. Mi risveglio e scopro un ragazzino che con una pila elettrica si diverte ad accendere e spegnere la luce centrandola diritta nei miei occhi. Urlo un qualcosa e il ragazzo ridendo fugge. Odo un grande botto sonoro. Odo, come proveniente da lontano, un ronzio.  la vespa del mattino, che mi appare gigantesca e gialla e striata di nero. Tiene l'occhio di una tigre affamata.  un mostruoso essere, naturalmente sgraziato. Spaventoso. So che mi vuole divorare. Io, immobile, attendo in un tepore che mi immobilizza. Poi la bestiaccia erutta un suono terrificante. Poi sparisce. Infine, odo come un lontano rullar di tamburi. Poi il suono si fa pi nitido e rimbombante. Sembrano campane, non tamburi. Infatti, sono le campane di Sant'Eustorgio che hanno ripreso a suonare, e il loro rimbombo, che alle mie orecchie giunge come suono d'oltretomba, ha l potere di risvegliarmi.
Sento qualche cosa che mi solletica la gamba. Frugo e cerco finch trovo.  la bestiola di mia antica conoscenza: lo scarafaggio che nella mattinata io non volli uccidere. Lo prendo tra le dita e lo osservo. Anche lui mi osserva e pare sogghigni. Pare abbia voglia di dirmi qualche altra cosa, ma io non sono predisposto ad ascoltarlo di nuovo,
Non devo ascoltarlo, ma il maledetto mi sta dicendo cose che io non dir mai ad altri. Ho deciso: questa volta sar un duro: spietato.
Idea: aspetter che arrivi un tram. Da quei posti ne passano solo due, ma per quello che a me servono, basta e ce n' d'avanzo. Tutti e due quei tram portano i numeri dispari: il qundici. Il diciannove. Portano bene i numeri dispari. Almeno a noi umani. Per le bestie, a quel che mi consta, devono suonare come infausti. Cos deve essere, penso: ma cos non fu. Per discolparmi penso che porta bene ammazzare scarafaggi usando mezzi pubblici con i numeri dispari.
Arriva un tram.  lungo e sinuoso. Tiene il numero quindici. Piazzo lo scarafaggio tra le rotaie. E io so che, se anche il rumore del tram  assordante, lo scricchiolio delle ossa di uno scarafaggio schiacciato sar un rumore insopportabile per il mio udito.
Mi turo le orecchie. Il tram riparte e io mi rivedo lo scarafaggio tra i piedi. Indistruttibile bestia. Mi do a precipitosa fuga. Sicuramente l'ho distanziato. Noi tutti sappiamo che nessuno scarafaggio regge la corsa di un uomo. Ho deciso di farmi un boccone da Sergio Israel l alle Scimmie, il suo locale. Lo trovo seduto al tavolo in compagnia di Davide e Daniele, i suoi due figli. Si sono fatti grandicelli. Paiono insicuri. Dolcissimi e sfottenti. Belli di pap e mamm vostri come vi voglio bene. Mi portano una bistecca gigantesca. L'accompagno con ottimo vino. Terminato il pasto, fu per and via ma mi blocco di colpo. Sento un formicolio che dall'osso sacro sale fino alla nuca. Aaahhh! maledizione, l'ho riconosciuto subito. Ohddio, Signur, te voret vid che le proprii l? Immediatamente metto in atto un precipitoso spogliarello, e infine, tra le pieghe della maglietta, che  bianca, scopro un coso nero.  lui, non c' nessun dubbio.  la vecchia conoscenza di quell'invulnerabile e indistruttibile e filibustiere de un scarafagg. Ha capito di avere vinto. Di avermi in suo potere. Sa che io mi trovo, da sempre, nell'incapacit di uccidere. Tutto ha capito, il fetente. Si dice che taluni animali sanno intuire nell'uomo i loro punti deboli, e che ogni tanto ne approfittano per carpirgli qualche cosa. Vedi Cordelia, la mia gatta. E ora aggiungo anche 'sto scarafaggio che io mi porto appresso da tutta la giornata. Disgusto, ribrezzo e anche nu poco d'ammirazione. Il mio scarafaggio  un genio. Vero  che mi ha capito e vinto, ma la guerra non  ancora terminata, come disse Napoleone dopo Waterloo. Adotter un'altra tattica: con lui sar dolce e tenero in modo da acquistare la sua completa fiducia e poi trac, e morta l io penso: dove per il trac e morta l ci sar la sua lenta e dolorosa dipartita da questo mondo. Ho deciso: lo dar in pasto a Cordelia. "Perch, car el mie scarafun, per te ho riservato una grossa sorpresa. Non lo sai che l'uomo  nato maestro nell'arte di uccidere? Non lo sai che quando il singolo uomo si trova nella incapacit di uccidere incarica altri di eseguire sentenze da lui emanate? Non lo sai che io sono amico, be', si fa per dire, amico! di una gatta di nome Cordelia? Non lo sai che i gatti sono acerrimi nemici di tutte le bestie che si muovono sul pianeta a patto che siano pi deboli di loro? Okay, scarafaggio, ti prendo delicatamente tra le dita e ti incarto in questo pezzetto di carta, che tra l'altro  il conto della bistecca e del vino di Sergio (in questo modo far finta di scordarmi il conto), e, incartato, ti depositer nella tasca dei pantaloni attento a non farti del male!" Cosa pensata  cosa fatta. Mi annuso le dita dove  rimasto appiccicato il suo odore che sa di muffa, che sa di tomba. "Gi me la vedo, la mia Cordelia: ti osserver attentamente e poi, con grande delicatezza, via, un colpetto con la sua zampa, per il momento disarmata dei suoi affilatissimi artigli, ed eccoti rivoltato sul dorso e tu comincerai a dimenarti e Cordelia spier incuriosita muovendo lentamente il suo gran capoccione e interessata osserver i tuoi movimenti; poi comincer a giocare e tu allora intuirai che  giunto il tuo ultimo istante di vita e tutto ci ti autorizzer alla fuga, e io so che giusto in quel momento, Cordelia..."
"No, Cordelia, no, fermati, non farlo."
Urlai, e Davide e Daniele mi guardarono incuriositi e forse anche un po' allarmati. Il padre, Sergio, mantenne la sua calma. Non perde mai la testa, Sergio. Infatti mi disse: "La bistecca, con il vino, fa dodicimila lire. Per te undicimila, Bruno, ti faccio lo sconto".
Farfugliai un qualcosa come: "Il conto ah, scusa, Sergio, me ne ero dimenticato". Pagai e uscii da quella bettola malfamata gestita da un uomo che ha poca fiducia nel suo prossimo. Neppure degli amici si fida. Ero amareggiato. A casa. A casa. Si  fatto scuro. Sono sparite le solleticose farfalle. Le gigantesche e ronzanti vespe nere e gialle. Le zanzare golose del mio sangue.  rimasto uno scarafaggio; il mio persecutore, l'abitatore degli incubi miei, ma da lui non ho pi nulla da temere perch ormai  alla mia merc, prigioniero com' di un conto pagato malvolentieri. Il futuro pasto di Cordelia. Il futuro sollazzo di Cordelia. Sunt propri ciucch trad; confondo articoli e verbi. Finalmente a casa. Deposito il pacchetto sul tavolo e mi pare di udire un riso soffocato.
"Ridi, ridi, che come risata sar l'ultima della tua vita."
Per questa volta metter da parte tutti i miei gusti estetici, azzittir la mia sensibilit, e preguster il gioco mortale di Cordelia.
Innanzitutto metter un disco dei Pink Floyd, poi accender tutte le luci di casa, poi chiamer Cordelia, poi aprir il pacchetto: "Vieni Cordelia, vieni". La chiamer con voce in falsetto; "ed eccoti qui, tu, minuscolo mostriciattolo, condannato a morte solo perch la tua presenza mi indispettisce; vero  che non balbetti, ma questo succede perch non sai parlare, vero  che rifiuti di renderti gradito alla gente; vero  che odii la povert tua e non quella altrui; vero  che ami svisceratamente le ricchezze altrui e non esiteresti un attimo ad abbattere chi le possiede pur di impossessartene e diventare a tua volta ricco cominciando, da subito, a odiare le persone che a loro volta invidieranno il tuo oro, vero  che ... ma di chi sto parlando? Di te o di me? Eccoti alla luce, sei un condannato a morte e manco hai la soddisfazione di esaudire un tuo desiderio... tra l'altro non fumi... beato te, tutti soldi risparmiati... ma io sto delirando". Cordelia salta sul tavolo e osserva con scarso interesse quella bestiola che per lei dovrebbe essere fonte di curiosit. Poi, come avevo immaginato, con un colpetto ben assestato della sua micidiale zampa di velluto, la rivolta e lo osserva. Poi Cordelia mi guarda e pare domandarmi: "Ma 'sta roba qui se l'?" (Anche Cordelia, a volte, si esprime in milanese.)
E fu giusto in quel momento che la vittima predestinata si rigir di scatto ritornando nella sua posizione naturale e da lontano e lontano, nel mezzo del bosco, a Pollicino apparve una lucina bianca, no, questa  un'altra storia, lo scarafaggio si rigir e fece un balzo verso terra e sfffuiitt, un lampo nero, e dello scarafaggio rimase una deformata ombra che a poco a poco rimpicciol ricomponendosi un po' pi lontano in una macchia nera che a poco a poco prese forma finch riapparve, pi nero del solito: ma teneva gli occhi d'oro, e le labbra verdi, e sogghign lanciando fumo dal naso rosso.
Impreco, vorrei prendere a calci Cordelia ma lascio correre. A me la solidariet tra animali non mi ha mai convinto del tutto.
Sotto sotto ci deve essere qualche trucco che ancora non conosco.
"Scarafaggio, scarafaggio, ebbene s, hai vinto."
"Ti ho incontrato, mi hai seguito, eri piccolo, piccolo, piccolo, cos..." Bene, scarafaggio, sei riuscito a rendermi tormentosa una giornata di per s nata balorda. Hai vinto e, come premio, avrai come dimora fissa questa casa. So che tu e Cordelia riuscirete a convivere. Noi umani abbiamo la pessima abitudine di rifilare dei nomi anche alle bestie... ti chiamer... ti chiamer... ti chiamer...
Spensi la luce.
I Pink Floyd tacquero.
E nella notte che si faceva sempre pi nera all'esterno della casa, si intende, all'interno no perch c'era la luce accesa), calarono le ombre sui miei terrori.
Nella lontananza, gli alberi, carezzati dal vento, fruscianti, stormirono emettendo suoni melodiosi di musiche mai prima udite.

Poi il buio.
Il buio.
Il buio
che accompagn la mia incoscienza in un sonno agitato, ma che don vividi colori ai miei sogni.
Poi il nulla.
Che cre il nulla.
Che non vuol dire nulla.
In attesa del mattino.
Per non dir di peggio.

Poesia dell'autore su una vespa che non punse:
Alla vespa che non punse
GRAZIE

FINE DELL'INTERMEZZO



Dove l'autore racconta di uno sterminio
che ebbe come vittime colombi e piccioni,
bestie e sgradevoli e invadenti.

...fu cos che il Nano, trasportato da un colombo, sorvol piazza del Duomo, via Orefici, la nascosta piazzetta Mercanti, l'eternamente buia via Torino, via Stampa, le Colonne di San Lorenzo, per poi ritornare in piazza del Duomo. In volo, librato nei cieli di Milano, il Nano vide moltissima gente che si dava un gran daffare: chi vendeva fiori, chi guidava dei taxi, chi discuteva di politica; vide anche una gran massa di turisti giapponesi che si avviavano verso un deposito di biciclette gialle, e tutti vollero la bici gialla, e ud i sacramenti che i gestori delle biciclette lanciavano ai giapponesi che erano tutti di bassa statura, s che gli addetti alle bici gialle dovevano abbassare il sellino a tutte le biciclette, fracassandosi, martoriandosi le mani dalla fatica.
Ud i commenti e le grida disperate di chi ghe la faseva p; e gli evviva dei tifosi del Milan; capt i sospiri degli amanti e gio delle risa dei ragazzi: vide vide vide; ud i commenti della gente sui pi svariati argomenti; nella fattispecie una voce di bambina che si rivolgeva a sua madre ponendole non facili domande: "Guarda, guarda, mamma, un piccione e un nano che volano, ma come fanno?" Rispose la madre: "Ma che bello, sono veramente bravi; ma sai com', oggi la scienza ha fatto passi da gigante".
Il piccione, sempre con il Nano appeso alle sue zampe, proseguendo il volo punt verso il quartiere Garibaldi, poi, con ampia cabrata aggir il Castello Sforzesco e si proiett su Porta Romana, finalmente, affaticato da quel lungo viaggio con un peso non previsto, il colombo fece ritorno verso il Duomo e plan sui tetti di piazza Santo Stefano, "casa casa casa" grid giulivo il Nano, e, abbandonando la presa, si lasci cadere sulla terrazza di nostra antica conoscenza.
Il Nano si rassett gli abiti e volle darsi un poco di contegno, ma, non ancora in perfetto equilibrio, cadde rovinosamente al suolo. Si rialz avviandosi verso l'amaca... la Quinta Sinfonia di Gustav Malher volgeva al termine; l'amaca, sparito il venticello, ristava immobile; il libro era aperto a pagina 52. Lesse qualche riga: "ti ricordi che mi hai promesso di raccontarmi la tua storia" disse Alice, "con la ragione del tuo odio per..., aggiunse sottovoce, quasi temendo di offenderlo un'altra volta..."
La bottiglia di cognac era a met. Il Nano si riemp per l'ennesima volta il bicchierino; cambi disco scegliendo la Nona di Beethoven.
Richiuse il libro, e confortato dal liquore, rasserenato dalla musica (ancora non si era ripreso del tutto dalle emozioni di quel fantastico viaggio aereo), il Nano volle riposarsi un po'. E giusto mentre stava per assopirsi ud un frullare di ali e rivide il colombo che cos gli parl: "Ascolta, Nano, ascolta, ho un'urgente preghiera da rivolgerti: sono un petit colombo rimasto solo, ho deciso, dunque..."
Ma il Nano, stanco e affaticato da tante traversie, si era addormentato. Non sogn.
Fu svegliato da un prolungato canto di uccelli.
Scese dall'amaca e sbadigliando guard il cielo che era sereno. Poi scopr da dove proveniva il canto. Da dietro un comignolo. Una sfilza di piccioni, tutti in fila (anche se a dire il vero la fila non era del tutto in linea retta, s che dava l'idea del mucchio), tutti in fila, dicevo, e sorridenti, con gli occhi resi lucidi dalla gran felicit, guardarono, con l'innocenza che solo i cuccioli sanno avere, il Nano, il quale pens che dopotutto la profezia del colombo non si era avverata. Si chiese quanto fosse durato il suo sonno e non seppe darsi nessuna risposta. I colombi si schiarirono la gola, poi, a un cenno del loro procreatore, gonfiarono i petti e iniziarono il canto.
Si rallegr, il Nano, perch si accorse che il coro dei giovin colombelli non era a lui sgradito.
Guard il colombo e volle complimentarsi ma fu preceduto dallo stesso che gli disse:
"Devi sapere, car el me nan, che non tutte le profezie si avverano, perch, nel caso cos fosse, l'intero mondo sarebbe disabitato, deserto, che troppe sono le maledizioni che voi umani lanciate contro i vostri simili; pu anche darsi che una goccia d'acqua caduta a Milano scateni contemporaneamente un terremoto a Tokio, ma questo non vuole dire. Rimane il fatto, per noi importante, che in questo momento tu apprezzi il nostro canto, dunque sopporti la nostra esistenza.
"Stabilito questo semplice concetto il resto verr da solo. Noi ti vivremo accanto. Tu ci proteggerai.
"Ci sforzeremo anche di amarci. Ama, ama, mio bel Nano, vedrai che la tua amarezza, i tuoi timori, le tue angosce, spariranno, e come d'incanto vivrai felice e sereno per il resto dei tuoi giorni.
"Noi: io, la mia numerosa prole e la colombella mia, ti auguriamo giorni felici e radiosi. Ors, voi, cantate. Dicevo: ma forse  meglio non insistere troppo con le profezie. In genere non ne azzecco una che  una. Ne hai avuta una prova lampante. Detto questo, a ognuno il suo spazio. Io far trasloco e trasporter la mia roba a casa tua.
"Poca roba. Si tratta di paglia e di qualche straccetto trovato qua e l. Tu fai quello che vuoi, questa  casa tua, ma vedi di non disturbarci troppo con il tuo Mahler o Beethoven; togli dai piedi quell'amaca, non mi piace,  un insulto alla vista, cos sozza e unta: non procurare fastidi a me e alla mia prole, dimenticavo: abbiamo urgente bisogno di un po' di calore, quello serio, quello che scalda e ti permette di non congelare nei tempi invernali; niente a che fare con il calore umano; quello  roba fastidiosa e a volte attacca anche le malattie; procurati molta legna e accendi da subito il caminetto; fai delle provviste e vedi di lasciare, per il nostro sostentamento quotidiano, abbondanti riserve. Non dimenticare il miglio, l'orzo che ci fa bene alla vista. Mi raccomando la crusca, elimina le indigestioni. Tutto ci che ti ho ordinato di prendere  essenziale per la nostra salute. Vedo che nella tua stanza sono appesi dei quadri. Non mi piacciono. Via. Togliere tutto e alla svelta. Detto questo ora sta a te stabilire duraturi rapporti di amicizia con noi. E ora vattene. Non dimenticare quel libro l. Fallo sparire. Andem, te ghet l'et della pietra e ancora leggi Alice nel Paese delle Meraviglie? Verggns!
"Noi colombi abbiamo l'abitudine di fare i bisognini un po' dappertutto, se ogni tanto scivolerai su qualche nostro escremento, non te la prendere; comunque, basta che usi la ramazza ogni volta che vedi qualche nostro stronzetto e tutto ritorna come prima. Poi passa anche uno straccetto umido. Pulisce meglio. Sai, anche noi abbiamo le nostre esigenze. Sono certo che, se seguirai tutti i miei consigli, noi andremo molto d'accordo. Mi raccomando, fai il bravo. Te cap? Ciao, ciao. Bene, colombelli miei, bravi, nel coro vi siete superati in abilit e bravura. Vi dar un premio. E ora: fine. Zitti, ch il Nano deve riposare. Da questo momento la ma antica maledizione non ha pi alcun valore. Nano, sta ben e fa el brav fi."
La leggenda vuole che il Nano sub in silenzio ci che quel non cchi gradito ospite gli sciorin. Il Nano non reag manco con un accenno di stizza. Nessuna reazione, ebbe il Nano. La leggenda narra rendendo edotto il lettore di una ricerca, fruttuosa, di vari veleni in grado di sterminare i colombi, e dell'uso che il Nano ne fece. La leggenda continua nella narrazione di una notte cupa solcata da lampi e percossa da tuoni, e di un Nano dal terribile aspetto che, seguendo il pifferaio i topi si avviarono verso il Gran Castello, no, dicevo di un Nano dal terribile aspetto, che piazzava, circospetto, nei punti ritenuti, da lui, pi favorevoli per il raggiungimento del suo scopo (criminoso, bisogna dirlo), letali mucchietti di veleno di diverso tipo. La leggenda ancora rammenta, per chi lo avesse dimenticato, il godimento del Nano, il quale, nascosto dietro a un comignolo, osserv le sue vittime, che eran centinaia di colombi, cader stecchite dopo esser state preda di forti convulsioni. Narra, la leggenda, che il Nano apprezz fino in fondo quel macabro spettacolo di morte, e che follemente ne gio. Poi raccolse i cadaveri dei piccioni e li deposit alla rinfusa in un sacco nero di plastica, di quelli giganteschi, usati per depositarvi la spazzatura giornaliera.
E ora il Nano vive solo. Leggendo e rileggendo Alice nel Paese delle Meraviglie; non stancandosi mai di ascoltare Gustav Malher. E Beethoven.
A volte anche Edith Piaf. E, nella lettura, nell'ascolto di musiche a lui gradite, il Nano continua a sognare. A volte scrivendo di nani.
D colombi.
Di canti stonati.
Di vespe.
Di giovani puttane.
Di zanzare.
Di scarafaggi.
Di gatte di nome Cordelia.
A volte cantando.
Spesse volte, nel canto, stonando.




Epilogo

Nelle notti milanesi pu capitare di tutto.
Come incontrarsi con gente non del tutto sconosciuta. Questo fatto successe a me, giusto quella sera, o notte, in cui, in lucida follia, imbriago di vino e di pianti non esibiti, appoggiato a quel bancone turco delle Scimmie, ero in attesa di qualche parola amica; oppure, in alternativa ad essa, di qualche persona con cui attaccare briga. Ero in cerca di amore, come si suole dire e, nello stesso tempo, predisposto alla rissa. Fu in quel momento di grande insicurezza che me vegn visn un signore grassottello con i capelli bianchi e fluenti. Lo guardo di straforo: il suo viso mi ricorda qualcuno, ma non riesco a mettere a fuoco l'immagine. Mi si accosta con sospetta familiarit e sfoderando un sorriso di quelli tipo: "te dumandi scusa ma te set me l'" entr subito in un discorso per me incomprensibile. Ricordo spezzoni di frasi tipo: "lo hai letto?" -"ti  piaciuto?"
Non capisco, e alra, ferma restando l'intenzione, l'inclinazione alla rissa, sul bilioso, lo insulto 'nu pocu, ma quale non fu la mia sorpresa nel notare che a ogni mia parolaccia che tirava in ballo anche i suoi antenati, mettendo in dubbio la loro dirittura morale, lo sconosciuto, al post de fends sorrideva felice. E sempre sorridendo, quel tipo, che teneva pure dei capelli lunghi e fluenti, mi offre un cognac di quelli buoni che io benvolentieri accetto. Poi inizia a parlare e mi sussurra confidenziale di scarafaggi, di gatte di nome Cordelia, di nani e di colombi, di vespe e di zanzare, e di ragazzine che la danno preferendo per motivi pratici le persone vecchie. Improvvisamente ricordai ma fu troppo tardi. Il veloce creatore di manoscritti mi aveva di nuovo preso alla sprovvista ficcandomi nella tasca della giacca un rotolo di carta. Ahi! un altro manoscritto. Infatti... L'uomo spar come d'incanto e io, dimenticando le mie ire represse, rimasi ancora una volta stupefatto da s tanta abilit, dimostrata da quel tizio, nel rifilare i suoi scritti a gente di passaggio.
Cosa non farebbe uno scrittore, un poeta, pur di farsi leggere. Conoscere.
Cari lettori, non voglio abusare ulteriormente della vostra pazienza, s che, stavolta, 'sto manoscritto non ve Io propongo. Sar per un'altra volta. Nel frattempo vi prego di gradire i miei pi sinceri saluti.




LA MADRE


sto "ricominciando da 60" (anni). E non riesco a scacciare i ricordi. Anche perch, a volte mi rallegrano. E, s, insomma, cose cos. Ciao Giulia. Stammi bene.
Tuo amico Bruno (brancher)


I

Achtung-achtung urlarono gli altoparlanti sparsi nel collegio.
Poi ud le sirene. Indi: swaaamm, swaaammm - aahhh, sfrecciarono gli aeroplani, sganciarono le bombe, le mitragliatrici fecero fuoco senza beccare un aereo e tutti, lui escluso, si avviarono di corsa verso le cantine. I rifugi. E il ragazzo, ch di ragazzo si trattava, approfitt di quella insperata occasione per fuggire dal collegio. Vag per la citt deserta. Ogni tanto crollava qualche muro, o facciata, di casa o di palazzo. Udiva delle urla che molto spesso erano grida di aiuto. Vide apparire, come d'incanto, gli interni delle case con le loro stanze. Vide anche una stanza da bagno con una donna sdraiata nella vasca. La testa e il braccio abbandonati lungo il bordo. E i capelli che scendevano sparpagliandosi fin sul pavimento. A lui and di pensare che la donna fosse svenuta dallo spavento preso. Prosegu nel suo cammino vagando tra le macerie fino a che raggiunse il Banco di Roma. Lui sapeva che l ci stava un rifugio. Sapeva anche che nel rifugio avrebbe trovato sua madre. Suonarono di nuovo le sirene. Era il segnale di cessato allarme.
Qualche casetta era crollata, l, alle Cinque Vie. E anche la casa di sua madre era stata centrata da una bombetta. Si trattava di quella casa situata in via Bocchetto, al numero 9, giusto di fronte al Banco di Roma. Completamente andata. Il tetto crollato.
Il ragazzo incontr sua madre, dicevo, e la madre lo vide e lo guard corrucciata e gli disse: "Ma che cazzo ci fai qui? Non dovevi essere in collegio? Adesso che faccio? Sono senza casa e con te in soprammercato".
E quel ragazzo la guard stupito. E rimpianse il collegio.


II

Il cane dei Gusmaroli era un misto di snauzer e barboncino. Il gatto dei Brandi era un misto di tutti i gatti di questo mondo. I Brancher invece avevano un figliolo. Che non era una bestia,  vero, ma che amava sia il gatto dei Brandi che il cagnetto dei Gusmaroli. Sono stato chiaro? Le bestie presero possesso delle rispettive dimore che ancora erano in tenera et. Dunque, niente rivalit. Addirittura si amavano. Non era raro il caso di beccare i due mentre si scambiavano tenerezze tipo annusatine e slinguate interminabili.
Il cagnetto, quando mi vedeva, cadeva in deliquio pisciando a dirotto, inondando cos non solo il pianerottolo, ma tutti i pianerottoli sottostanti. Il gattino addirittura mi saltava in braccio e mi annusava le orecchie.  anche vero che io facevo del mio meglio per arruffianarmi loro, come dire che gli rifilavo, a volte, leccornie a base di dolciumi. E quando il cane faceva pip la signora Gusmaroli usciva con uno straccio e puliva pazientemente il tutto. Non prima, per, di avermi lanciato uno sguardo tra il riprovevole e lo scherzoso. Sorridente, tutto sommato. E quando il gatto rifiutava di mangiare quel che la sua padrona gli passava, allora la signora Brandi quando mi incontrava, mi guardava sorridente, ma anche con un po' di rimprovero. Volevo molto bene a tutti quanti. Dalla Brandi alla Gusmaroli. Dal cane al gatto. Ecco, poi successe che io entrai a San Vittore. Dentro, in galera. Ci stetti per un po' di tempo. Quasi un anno. E poi uscii di nuovo in libert. Va bene cos. E sul pianerottolo di casa incontrai il mio amico cane il quale, appena mi vide, questa volta abbai forte e in pi, tanto per cambiare, se la fece sotto un'altra volta. Pi lunga del solito, s che la pip arriv fino a pianterreno. Apparve anche il gatto che mi vide e mi salt sulle braccia. E, al solito, mi annus le orecchie; poi pos quella capoccia vellutata sul mio collo e tranquillamente cominci a fare le fusa. Cose cos. Poi apparvero, contemporaneamente, la Gusmaroli e la Brandi. Che mi videro, sorrisero. Un sorriso un po' di rimprovero e un po' di simpatia. Poi apparve anche mia madre che appena mi vide disse: "tel ch, el me fi, ti hanno gi mollato?" E fu giusto in quel momento che capii di volere pi bene al cagnetto, al gatto. Alla scira Brandi, alla scira Gusmaroli. Pi che a mia madre.



III

Abitavo alla Ripa. Al 19. E le finestre della casa davano sul Naviglio. Il cesso si trovava sul ballatoio. Compreso il lavandino. La poesia della ringhiera. Una gran cazzata. A me piaceva alzarmi presto al mattino, socchiudere le finestre, e occhieggiare nella via, sul corso d'acqua e vedere arrivare da lontano i barconi trainati da quei grandi cavalli quasi sempre di colore bianco.
Bello quando c'era la nebbia e i barconi che sffuiifff apparivano come d'incanto.
E troc troc troc la cadenza degli zoccoli duri dei cavalli trainanti. Ed era proprio quel troc troc a dare la sveglia alla Ripa. Si accendeva qualche luce, si vedeva il tremolio di qualche candela, e subito veniva fame perch si sentiva il profumo del pane fresco che invadeva strade e caseggiati. E alra, al, via in cucina a preparare le fette di lardo, le quali, spalmate sul pane... e va bene, il discorso  un altro, che inevitabilmente, e questo succedeva da un po' di tempo, il cavallo si fermava giusto davanti al 19, il barcone si immobilizzava e scendeva un tipo alto e magro con qualche pacchetto appresso che da subito scopersi contenere dei viveri di prima necessit: salumi, formaggi, carni, pollami.
Per non dire delle uova. E quell'uomo saliva le scale e appariva, arrogante e sicuro di s, davanti a mia madre che lo accoglieva sempre in modo caloroso e genuinamente sincero. A braccia aperte. Notavo che era pi affettuosa con lui che con me. Ma capii che non era il caso di sottilizzare, anche se una volta glielo dissi, a mia madre, che non mi andava di vederla fare tutte quelle smancerie a un uomo che io vedevo come un gran pirla, e mia madre mi rispose che la differenza tra me e lui era enorme, ovvero: lui portava da mangiare. E io invece mangiavo ci che lu portava. Grande madre mia.  sempre stata una sua specialit presentare le cose con chiarezza.
Ed era giusto in quel momento che io dovevo abbandonare la casa. Scendevo dal prestin e mi mangiavo qualche veneziana. Poi risalivo in casa. Ma sempre dopo che il barcone era ripartito. E sssciuufff. E troc troc, e vaffanculo a quel vivandiere di merda.



IV

Mi piace ricordare quella santa donna di mia madre. Come mi piace ricordare il venerd di noi poveri che era detto giorno di magro perch la Chiesa ci proibiva di mangiar carne. Il fatto  che la carne noi la vedevamo solo nelle feste grandi, bene che ci andava, naturalmente; ma nulla toglie alla magia del venerd, giorno di magro. Almeno avevamo una scusa ufficiale per non mangiare carne. Mia madre, soprattutto di venerd, non perdeva occasione di magnificarmi la bellezza del vivere soli. Tutto questo per invogliarmi a mollare la casa e andare a vivere da qualche altra parte. Dicevo della Ripa. Successe che, per un breve periodo di tempo, il venerd da giorno di magro si trasform in giorno di grasso. In giorno di crapula. Insomma, successe che mia madre riusc a conoscere un personaggio leggendario, per quei tempi, addirittura un contrabbandiere di carne.
Si portava sempre appresso la figlia che aveva la mia et. E succedeva, anche, che quando mia madre si appartava per confidenze varie con il contrabbandiere gioviale, io rimanevo solo con sua figlia. E non ci guardavamo neppure negli occhi, finch lei una volta mi disse che lei sapeva come si faceva. "Faceva cosa?" chiesi io, e lei arross e io capii tutto. Infatti fu il mio primo amore. E quella volta il carnaiolo fin un po' pi presto del solito e ci scopr mentre la sua figliola mi stava insegnando come si faceva a fare quella cosa l, e, visto che io ero un po' tardo di comprendonio, le lezioni dovevano essere ripetute tante volte. E il pap rise. E anche la mamma rise. E poi il pap se ne and via. E la madre mi guard fisso negli occhi e mi chiese: "Quando vi sposerete? presto eh? cos prendi casa e ti fai anche tu una famiglia". E mi guard fisso negli occhi. Ricambiai, stupito, lo sguardo. Perch quel giorno non cadeva di venerd,



V

Successe che quel ragazzo, passeggiando per la Galleria Vittorio Emanuele, improvvisamente piomb a terra e non si mosse pi.
Non era morto anche se Io sembrava. Cereo in viso, senza manco un battere di ciglia. Immobile. Una roba da fare spavento. Ma lui lo spavento lo prov sul serio quando ud dire da un tale: "Questo qui  morto". Avrebbe voluto urlare che era vivo. Che udiva tutto, Che il cuore era ancora in funzione anche se il battito lo sentiva solo lui. Mille cose avrebbe voluto dire, ma soprattutto desiderava fare gli scongiuri perch era assai superstizioso. E con raccapriccio pens: "Te voret vid che mi seppelliscono vivo?" E, memore di letture fresche fresche della sua amata Carolina Invernizio, oltre che rabbrividire, pianse. E di certo furono le lacrime a salvarlo. Chi dice che la cultura non serve a nulla? Pianse, dicevo, a calde lacrime e le lacrime furono notate da una donna che grid: "El fi l' minga ancam morto perch, lo vedete? sta piangendo. Avete mai visto piangere un morto?"
E va bene cos: pens anche a sua madre e sorrise dentro di s. Finalmente si era liberata di 'sto figlio suo che tanto la preoccupava.
Poi vennero quelli dell'ambulanza. Croce Verde. Lo caricarono e via, sirena e tutto. Di corsa a Niguarda. Dove lo guardarono attentamente negli occhi. Gli fecero un'iniezione che ebbe il potere di risvegliarlo subito. Poi gli fecero anche un clistere. Poi apparve sua madre. S, ecco,  vero, la vide pallida. E la madre lo tast da tutte le parti. Lo pizzic, anche. E, credere o non credere, riusc anche ad annusarlo. Poi la madre sorrise. E gli disse che, se voleva tornare a casa, quella sera si sarebbe mangiato bene. E com'era venuta se ne and via. E lui pens che  vero che alla fin fine non tutti i mali vengono per nuocere.




MARISELLA LA ROSSA (MA DI CAPELLI)




Questa  la storia di Marisella la Rossa, che abitava in fondo alla Ripa Ticinese, ma il suo vero nome era Maria e poi Graziella, come le biciclette piccole, e allora noi con la geniale inventiva che ci distingue da tutti gli altri l'abbiamo chiamata Marisella.
Marisella era la figlia del Fulin, un rosso di capelli che faceva il ladro e anche il ricettatore ed era un militante politico dato che alla domenica era sempre in chiesa e alla fine della messa lo vedevi compunto e molto serio con quel lungo bastone con in cima un sacchetto che ritirava l'obolo - che so, facevi finta di guardare in alto o di essere assorto nella preghiera, ed el bastn cun la sacheta ti girava intorno alla testa, ti faceva il solletico alle orecchie, ti si posava inesorabile davanti agli occhi e sacramento d'un pap dovevi sganciare per forza.
Cresceva bene Marisella. Il primo rapporto carnale lo ebbe con l'Osvaldo, e disse che lo amava, ma tre o quattro giorni dopo era con il Pino, e disse che lo amava, un po' di tempo dopo stava assieme al Mino de Lambrat e afferm che con lui si sarebbe sposata, poi pass in rassegna tutti i ragazzi della Ripa e di tutti si innamor.
L'ultimo fui io, di me non disse nulla ma fu una cosa lunga, roba di cinque o sei mesi. E io mi innamorai. Ma fa nient, questa  un'altra storia. Ma ogni tanto el Fulin andava a finire "al due", e i soldi a casa mancavano e cos, senza far sapere niente a sua madre la Marisella incominci a battere.
Nessuno di noi si scandalizz quando lo venimmo a sapere, era cosa vecchia come la Ripa. Mi fu el lader ti te fet la troia.
Eravamo perci sempre in buoni rapporti. Ma Marisella era bella. Allora vedevi che dove si fermava lei trovavi un assembramento di macchine da intasare il traffico tanto  vero che la polizia intervenne varie volte, finch incuriosito intervenne anche il Questore in persona, e per un poco di tempo la Marisella non si vide pi.
Pensavamo noi: male  tirare troppo la corda, la Marisella  finita sicuramente "al due"(4); ed invece no, era diventata l'amante, segreta nelle intenzioni, del Questore.
Una volta el Fulin stava rubando una macchina dove c'era un carico di caff e fu preso sul fatto. El Fulin si ripieg su se stesso e si allacci una scarpa, ma fu portato in questura e gli dissero adesso non puoi pi negare ti abbiamo preso sul fatto, ma lui, magari anche per abitudine, neg tutto e lo stavano prendendo a sberle quando arriv il Questore in persona e quando lo vide disse: "Ma cosa ha fatto questo signore?"
Al che el Fulin al sentirsi chiamare signore si meravigli pure lui e disse niente scir commissario io non ho fatto niente ma si fece avanti il maresciallo che lo aveva arrestato e disse lo abbiamo preso sul fatto mentre tentava di rubare un carico di caff su di una macchina e il Questore chiese se proprio lo avevano visto con i loro occhi e loro dissero che no, con i loro occhi no, ma c'erano le testimonianze dei passanti e il Questore alz le spalle come scettico e si rivolse al Fulin e gli disse scusi signore desidererei la sua versione dei fatti ma che sia la verit. Disse allora el Fulin: "Mi la verit signor commissario, la dico sempre. A lei  mai capitato di allacciarsi una scarpa in mezzo alla via?" Al cenno di assenso del Questore el Fulin disse: "Oggi  capitato anche a me, stavo allacciandomi una scarpa quando mi sono saltati addosso in met di mille e mi hanno preso e mi stavano anche linciando, meno male che sono arrivati i vostri colleghi qui presenti che mi hanno salvato da sicura morte. Io  da un pezzo che non rubo pi, ho messo la testa a posto, ma porca miseria mica  giusto che quando uno si aggiusta un laccio della scarpa sia investito da dei matti che gridano al ladro, al ladro",
E allora il Questore disse che lui credeva all'innocenza del Fulin, e che fino a prova contraria ci devono essere delle prove ben precise per incolpare qualcuno di qualsiasi reato e che in ultima analisi la Polizia  al servizio del cittadino e per di pi  anche democratica e che dunque secondo lui el Fulin era innocente e di conseguenza doveva essere lasciato libero. Ci che fu fatto subito.
Alla sera venne la Marisella a casa, era molto pi bella del solito, e di corsa si fece una chiavatina con il Renato, poi and a casa e io la accompagnai.
Disse al pap: "Sono stata brava?"
"Ma va a cag" rispose el Fulin.
La mamma le disse: "Vai in cucina, Marisella,  avanzato un po' di caff, bevilo, ma prima scaldalo un po' che fa freddo, ciao e buonanotte" ma si vedeva che era triste.
La sentii dire al Fulin: "L'era mei che te andavet in galera". Ma anche con il Questore l'amore dur poco e Marisella si trov di nuovo sulla strada e senza niente come aveva incominciato.
El Fulin andava avanti con il suo solito tran tran, e un giorno, trovandosi una divisa de ghisa che gli andava bene, si mise in testa di dirigere il traffico, ma non cos per capriccio suo ma perch avevano, lui e altri suoi amici, organizzato una rapina. Lui doveva fare il vigile a un crocicchio e bloccare il traffico e altri suoi compari nel frattempo avrebbero portato a termine una rapina alla Banca d'angolo e lui part in macchina tutto vestito di bianco e si piazz in mezzo alla via e incominci a dirigere il traffico e sacrament d'un Fulin era veramente bravo e poi arriv la macchina dei suoi soci che scesero ed entrarono in Banca e allora el Fulin incominci a fare segnali confusi che tirarono scemi tutti quanti quando una vecchina gli si avvicin e gli disse: "Scusi sa, signor vigile, ma io ho trovato questo portafoglio per terra e vorrei consegnarlo a lei, posso?" Al che el Fulin sentendo parlare di portafogli disse: "Certo mia cara signora, certo, lo dia pure a me" e prese il portafoglio dove c'erano dentro quasi settantamila lire e disse: "Bene, buona donna, grazie, anzi no, lei  una persona onesta e sar fatto in modo che il suo nome venga menzionato sul Corriere della Sera come esempio di onest". "S va bene" rispose la vecchietta "ma io vorrei il suo numero di matricola" al che el Fulin, uomo dinamico e dalle rapide decisioni disse; "Giusto, nonna, il mio numero di matricola  il 1724". Si era ricordato del numero di matricola del carcere e: "Vada vada e che il buon Dio la accompagni" ma nel frattempo il traffico si era ristabilito, quelli della Banca avevano telefonato alla Polizia che arriv in forze e c'era anche il Questore e arrestarono tutti all'uscita. El Fulin cerc di andarsene via indisturbato ma fu riconosciuto dal Questore che personalmente lo cattur.
In Questura, al solito, el Fulin neg tutto: "Uno ha il diritto di fare quello che vuole, anche il vigile se  il caso e mi fu el ghisa, e alura?" E allora il Questore si incazz e lo prese personalmente a sberle e lo mand a San Vittore con tutti gli altri suoi soci.
"Marisella, el pap l' denter, fa un po' ti, questa volta  roba grossa"; e allora Marisella part e and in Questura e volle parlare con il Questore che manco la volle vedere e se ne torn a casa. Disse alla madre: "Niente, non posso fare niente" e la madre sorrise e disse: "Meglio cos Marisella, meglio, proprio," e poi le disse: "Vai in cucina, c' del caff, ma  freddo, per  buono lo stesso". Mormor prima di addormentarsi: "Bisogna fa' in manera che soffra meno che pu". Parlava del suo uomo. Marisella cap e nei giorni che seguirono e nei mesi che seguirono e negli anni che seguirono lavor con accanimento e metodo anche, ma di continuo, perch voleva che al pap non mancasse niente a Volterra e a San Gimignano e a Porto Azzurro e alla Pianosa e insomma in tutte le galere in cui el so padre l'era sbat.
Io feci l'emigrante, andai in Belgio a fare il minatore e non  che risolvetti un qualche cosa, manca per i ball, e quando tornai chiesi notizie dei miei amici e del Fulin e della Marisella. El Fulin l'era ancam denter e la Marisella faceva ancora la vita.
Poco tempo dopo il mio ritorno el Fulin torn dal carcere e anche lui era cambiato, invecchiato era diventato irriconoscibile; l'era p el noster Fulin, ma un altro uomo, prima beveva ora tracannava. E la Marisella entr a far parte di un altro giro, di quelli grossi, ormai aveva la sua zona fissa e anche il suo magnaccia, un tipo strano, camminava dondolandosi, aveva i capelli ricci e un vestito eccezionale roba da butich, e una macchina giaguar, e quando pagava da bere era sempre per tutti e solo uischi e sciampagn anche se a noi non piaceva; and anche a casa del Fulin il quale appena lo vide lo sbatt fuori dalla porta, c'era anche la Marisella quella volta e cerc di calmare il padre ma non ci riusc, anzi si prese un paio di sberle e allora si mise a piangere e disse: "Ma io che devo fare? fino a ora ho speso tutti i miei soldi per te, per mantenerti bene almeno in galera e tu l'hai fatta la vita del pasci, eh pap, ma mi, cunt el cald e cunt el frecc? sono sempre stata sulla strada a battere e questa volta lo facevo per te, come no, dammi pure le sberle, ma il magnaccia per tanti anni sei stato tu" e alura el Fui in si mise a piangere, solo la madre non piangeva e per rabbia piangeva anche la Marisella, e poi la Marinella se ne and da casa ma prima di partire disse a sua madre se in cucina c'era un goccio di caff e la mamma a muso duro le disse che de caff ghe n'era p.
A quell'epoca a Milano infuriava la guerra dei locali notturni e anche la guerra per il possesso delle vie o dei posti dove le donne di vita potessero battere, e i magnaccia si affrontavano a colpi di pistola e ogni tanto qualcuno ci lasciava le penne.
Si chiamava Alfonso, era delle parti di Foggia, al suo paese tent di violentare una donna del luogo, non ci riusc e fu preso dai paesani e consegnato al marito. Neppure con la pistola riusc a cancellare il ricordo doloroso di un desiderio giovanile.
Marisella si mise con l'Alfonso.
Faceva la bella vita, s, qualche volta lo sfregiato la picchiava, e forte anche, ma lei ormai si era abituata anche alle percosse, le considerava come una giusta punizione per gli immaginari peccati che lei pensava di avere commesso.
Si trovarono in quel locale notturno che fa angolo con via San Damiano e Corso Monforte.
Erano in cinque e tutti e cinque erano fermamente decisi a far rispettare la loro legge. C'erano l'Alfonso, Mimmo, Sciaranca, Bettino e Rudy.
Il Rudy affermava che non guadagnava abbastanza per tirar su le spese, tutti gli altri dissero che se ne fregavano, i patti erano quelli e allora il Rudy tir fuori la pistola ma fu disarmato dal direttore di sala che disse: "I vostri conti andateli a far fuori" ma il direttore di sala li segu anche fuori e anche lui aveva un grosso revolver per le mani e disse: "Non solo fuori ma lontano da qui".
In quel momento venne la Marisella e vide l'Alfonso con la pistola in mano e volle dire "no Alfonso ma te se matt?" e disse "no Alfonso ma che cazzo fai?", poi le pistole incominciarono a sparare, ma la mira dei pistoleros era difettosa cos che fecero saltare due o tre lampadine, una vetrina di un negozio di giocattoli, sfiorarono la tempia di Mimmo, un colpo o due fin in quel nait e in pi beccarono in pieno la Marisella che cadde e disse "mamma pap stavolta sono fatta" e tutti scapparono, per primo quello sfregiato dell'Alfonso, e la Marisella era per terra e poi sent le sirene della polizia e allora la Marisella si alz a fatica e con la mano sulle tette riusc ad attraversare la piazza e becc giusto un tass che stava passando di l, gli disse "Portami a casa", "Va bene" disse il tassista, "Ma dove?" "Sulla Ripa, in fondo, verso via Fumagalli, al numer 13." "Oh bella" disse il tassista "anch'io abito da quelle parti" poi guard meglio nello specchio e vide un volto non sconosciuto e riconobbe la Marisella.
La port di corsa a casa. Manco ce la faceva a scendere la Marisella e fu aiutata dall'autista che vide anche una grossa macchia rossa che si andava allargando sulla camicetta e allora la accompagn a casa, dal Fulin, da sua madre, poi scese e chiam la polizia. Quando la madre apr, vide ma non pianse. La accompagn vicino al letto e ve la adagi, venne anche el Fulin e anche lui vide e disse "ostia" e poi se ne and.
Poi venne anche il Questore e anche lui vide e disse "Bene bene Marisella, alias beninteso, nome vero Maria Graziella, figlia di e di, colpita con pallottola calibro non so ci penseranno i periti a stabilirlo. Da chi? Forza Marisella dimmi chi  stato che lo mettiamo in galera". Ma Marisella non stava capendo un tubo di niente, sudava, guardava fissamente qualcosa che solo lei vedeva e poi disse a sua madre: "Senti ma ce l'hai un po' di caff?" "S" disse la madre "te lo vado a prendere subito e te lo porter bello caldo". Dopo cinque minuti torn con una tazzina piena di caff fumante e lo accost alla bocca di Marisella, ma il vapore del caff continu a salire e la Marisella non si mosse pi. Disse il Questore "morta", disse anche: "In fin dei conti  stata una sua scelta. Peccato per, ancora un poco e poi diceva il nome dell'assassino. E ora quando lo prenderemo mai? I miei ossequi signora. Ci rivedremo."
Buttata cos sul letto con una mano sulla bocca e gli occhi aperti era diventata la Marisella di una volta. Io quella volta el Fulin non lo vidi. Ma vidi la madre della Marisella. Diversa dal solito. Piangeva.




LA STORIA DI ZARINA DELLA RIPA TICINESE



Questa  una storia di altri tempi. Di una Milano ormai scomparsa. Sparita. A volte sono sul solarino, e invecchiando, i ricordi si fanno via via pi sfuggenti. E, a mo' dei canarini accecati, mi va di cantare. E...
...e tutto intorno al caseggiato dove abitavo allora c'erano orti amorevolmente curati, e frutteti anche, era bello di primavera quando i peschi fiorivano, - a parte l'immagine poetica, i peschi in fiore, chi non ne ha sentito parlare almeno una volta? - era bello sul serio.
S, era molto bello e poi appena maturavano pesche, susine, insalate, ravanelli, pomodori, melanzane e altro, commandos ben addestrati assaltavano, rispettando le regole pi moderne della guerriglia, questi orti e frutteti, abbuffandosi di frutta mezza acerba e facendo incetta di viveri, verdure varie. Roba fresca, genuina, prodotti della terra.
Qualche volta si sentivano degli spari seguiti immediatamente da urla di dolore: era il nemico che accortosi dell'assalto dichiarava guerra con fucili da caccia caricati col sale.
Appunto, era il grido di protesta di chi, colpito nelle parti pi carnose, esprimeva il suo dolore, ma erano azioni che ci esaltavano, soprattutto in quei momenti ci sentivamo veri amici.
E il vinaio, il droghiere, il macellaio, la fruttivendola, il tabaccaio, quel gestore del bar dove ci riunivamo, formavano con noi come una grande famiglia; eravamo tutti amici e poi, un po' pi lontano, c'erano addirittura dei viottoli di campagna che, specie di notte, erano il nostro regno. Non per tutta la notte, naturalmente, solo per le prime ore.
Questa ormai  una Milano sconosciuta, non esiste pi quella forma quasi matriarcale di vita, dove prima c'erano frutteti campi e tanto verde ora sorgono palazzi di vetro, centri residenziali, e tutto  diventato gelido, spersonalizzato, senza vita e noi siamo diventati grandi, ormai maturi e raccontiamo ai nostri figli ci che allora era quel rione e loro ci guardano con occhi stupefatti, magari neppure ci credono a ci che diciamo, sar il racconto del nonno, pensano, e giocano e anche loro ridono: ma quando si rincorrono noi stiamo attenti che qualche macchina in corsa non l travolga e quando vengono nelle campagne e vedono boschi erba tanta erba verde rimangono come trasognati a guardare il tutto, e si buttano felici nell'erba, senza paura di niente.  questo che il nostro rione era una volta, ma quegli scatoloni di cemento ormai hanno rovinato tutto. Quando venni a casa trovai tutto cambiato: le case sorgevano come d'incanto dalla terra e, "addio monti sull'acque...", volevo dire "addio pesche, carote, cipolle e cibarie varie"; le macchine avevano preso d'assalto la zona ed era un incessante rumore di martelli pneumatici, di scavatrici, e i negozianti abbellivano i negozi e naturalmente aumentavano i prezzi e i loro volti da sorridenti e placidi quali erano assunsero un'espressione furbesca e avida: i dan i dan e diventarono scontrosi e intrattabili. Ricordo il fornaio quando mancava la lira in casa e prendevo il pane a credito: "Fa nient, non pensarci Bruno, quand ti ghi et ti mi det". E cos il vinaio e il macellaio e la fruttvendola; il tabaccaio no, quello lo abbiamo sempre puntualmente pagato, chiss poi perch. E al bar da parte del gestore non c'era il minimo sollecito, eh s che delle volte rimanevamo delle settimane senza pagare.
Adesso invece, dice il fornaio: "Senti Bruno, io ho gli operai da pagare, sai com', non  per cattiveria..." - il macellaio: "Ma te vedet minga che la laura anca me mi? non posso, paga el pus alla svelta che te podet" - il vinaio: "podi no, aumenta tutto e devo far fronte anch'io ai debitori..." - il gestore del bar: "Fio, niente pi credito, se p p..." il tabaccaio no, naturalmente quello  stato sempre pagato.

Appunto, quando uscii trovai tutto cambiato, ma non mi scoraggiai, e poi l'esperienza del riformatorio mi aveva indurito (si fa per dire) e di certo avevo pi esperienza degli altri.
Trovai anche un amico a cui sparai, camminando leggermente zoppicava, seppi poi che lo operarono vicino alla schiena, rimase per per sempre un po' menomato. Io al rivederlo gli corsi incontro, volevo abbracciarlo, gli gridai: "Ciao, come stai?" Questo mio saluto affettuoso e sincero sembr offenderlo un pochino, tanto  vero che mise le mani davanti a s e mi scans. E io gli chiesi ancora come stava, e lui quasi si mise a piangere, mi disse: "Vaffanculo Bruno," "ma va a da' va el c". Io lo guardai meravigliato e sorpreso, ma poi lo capii e me ne andai. Di certo era ancora offeso per quella volta di tanto tempo fa, quando, sparandogli, tentai di farlo fuori.  un meschino, tenersi un'offesa per cos tanto tempo! Io me ne sarei gi dimenticato... sono passati tanti anni; ma anche ora che si  sposato non accenna a salutarmi e sua moglie mi odia e i suoi figli - ora sono abbastanza grandicelli - mi guardano con astio e io ho un po' di paura; il pi grande, un torello, rosso di capelli, sedici anni, un giorno mi incontr per strada e mi disse: "Devo dirle una cosa". Non ci eravamo mai parlati e ne fui meravigliato; "Dimmi, di che si tratta!" ero ansioso, chiss, forse era venuto il momento della riconciliazione, - cos pensai - ma fui deluso perch il ragazzo mi disse: "Da domani andr in palestra, ad imparare il karat", e quando disse questo, vidi l'odio nei suoi occhi ed ebbi paura, riuscii solo a balbettare: "Bravo, bravo, impara il karat, cos diventerai pi forte".
La vita per procedeva con normalit; normalit per modo di dire, andava avanti alla vecchia maniera, con i soliti alti e bassi: pi i bassi che gli alti. Voi, forse, non ve ne sarete mai accorti, ma io ho un animo sensibile, vedo ci che gli altri non vedono, mi commuovo per un niente, soffro del dolore altrui e i colori, i giochi di luci nel buio mi esaltano, amo le piante, l'erba, il mare, i monti, e perch no? anche la pioggia: se  pulita, se non cade in quelle periferie fangose di Milano... per questo quando la vidi china sui libri con una lampada ad acetilene accesa l vicino, - dove viveva era una baracca, la luce non c'era - e che spandeva una luce gialla e tremolante all'interno, facendo risaltare in modo meraviglioso i tratti del suo volto, io mi innamorai di colpo. Si chiamava Zarina.
Mi apparve come quella Madonna dipinta sul muro all'interno del caseggiato dove abito, che sorregge sulle mani il bambino Ges con quattro cuori fiammeggianti che sembrano, al vedersi da lontano, e anche da vicino, un mazzo di un chilo circa di cipolle rosse e che intorno alla testa ha una corona di stelle - tanto tempo fa pensavo che erano d'oro e di notte le staccai tutte, invece erano di latta e tutti al solito mi additarono come il colpevole - e questa Madonna aveva una veste azzurra e con i piedi nudi schiacciava un serpente. Poverino. Di certo doveva farlo con autentico spirito di sacrificio, capirei se avesse avuto un paio di solidi scarponi ai piedi, ma cos a piedi nudi, andemm, a parte l'igiene, il serpente, sentendosi gravare di un peso estraneo e guardando in alto verso la Madonna - preso anche da arcaici ricordi - niente di pi facile che la morsicasse; tra l'altro era anche dalla parte della ragione (il serpente). Lei, per, calma e tranquilla, con un sorriso celestiale in un volto statico perfettamente ovale, dimentica di tutto, guardava il cielo con le braccia aperte; e sul palmo della mano destra ci stava seduto quello che secondo l'artista avrebbe dovuto essere un bambino, ma che dai tratti del volto denunciava qualcosa di mongoloide, non so, di indefinibile; e poi doveva anche pesare, quel pargolo; pertanto quella posizione era scomoda sia per lei che per il bambino, ma lei niente, manco una goccia di sudore, che so, almeno una smorfia di fatica. Nagot, il suo volto di Madonna era rivolto al cielo, bello e puro, E al cielo erano rivolti anche gli occhi del bambino, sembravano, quegli occhi, che implorassero suo padre, che lo tirasse via da quella posizione scomoda: "Dai pap, fai il bravo, diglielo tu alla mamma..." E anche gli occhi del serpente erano rivolti al cielo, per lui si vedeva bene che imprecava - tutti sappiamo che i serpenti sono cattivi -: "Ei ueh! E alura, e diglielo tu a 'sta stronza e balorda di togliersi di dosso..."
E nell'altra mano portava quei quattro cuori fiammeggianti, per il pittore mica doveva essere un pirla qualsiasi, perch lui lo sapeva che con una mano sola non  possibile tenere in equilibrio quattro cuori, anche se in fiamme, e allora lui dipinse la mano un po' pi grossa del normale, risolvendo cos un problema di spazio.
E lo sguardo della Madonna era s rivolto al cielo, ma di cielo non vedeva un bel niente dato che avevano costruito una grossa tettoia per riparare il dipinto dalle intemperie.
Una mano, di certo vendicativa, aveva tracciato con la vernice rossa una scritta che suonava come un calembor:

LA SCIURA SCIGULINA L' UNA TROIA
LA PURTINARA ANCA
E IO S MARIT G'AN I CORNA

il che denotava che l'autore di quella poesia non mancava certo di logica.
Ma il viso della Madonna era molto bello e di quello mi ricordai quando vidi Zarina che, seduta al tavolo, illuminata da quella lampada era intenta allo studio. Che bella, Zarina, veramente stupenda, e io subito mi innamorai. Fu, come si usa dire, una cotta tremenda. Anche se platonica. Quello che rovin ci che poteva diventare amore furono i suoi piedi, e penso che quei piedi ebbero un peso non indifferente nella vita di Zarina.
Devo per confessare una cosa, che io sono brutto, molto brutto. Oltre che incepparmi nel parlare, sono anche brutto. Ma brutto forte, una bruttezza da mozzare il fiato. Le avete presente quelle antiche maschere teatrali delle tragedie greche? Ecco, io le supero.
Anche quando rido sono brutto, e sono brutto anche quando dormo; degli amici affermano che un motivo dei loro incubi  la visione in sogno del mio volto; una ragazza a cui volevo bene un giorno tent il suicidio, e si salv per miracolo, - non tanto per miracolo, si era scordata di chiudere la finestra della cucina cos che il gas non fece bene il suo effetto; all'indomani trovarono tre passerotti stecchiti sul cornicione della sua finestra, innocenti vittime d'un egoista - e quando le chiesero:
"Perch l'hai fatto?", lei diede la colpa alla mia faccia.
Veramente, sono brutto da far paura. Nessuna donna mi disse, all'epoca della mia adolescenza, o dissero a mia madre; "Ma che bel bambino,  suo signora?" si rendevano conto che era una lampante menzogna. La mia bruttezza mi ha in un certo senso condizionato; il mio volto attira i poliziotti in maniera quasi morbosa; quando mi fermano e mi guardano in faccia manco mi chiedono i documenti, il mio volto per loro basta e ce n' d'avanzo, subito mi ammanettano e mi portano via. Forse  anche perch sono brutto che sono timido.
E rimasi a guardarla, e a sognare, godendomi la sua bellezza di nascosto, ma la baracca era piena di spifferi di vento e di polvere e cos mi venne da starnutire: fu come un boato, lei si alz di scatto e si mise le mani sui seni e io allora, sfoderando il mio pi bel sorriso mi mostrai, ma lei cacci un urlo di terrore e si tolse le mani dai seni e le mise agli occhi e incominci a gridare istericamente: "Mamma, mamma aiuto, un mostro..." lei per la verit disse: "un munster", che poi vuol dire la stessa cosa, questo per chi non conosce il milanese, e io allora di scatto scavalcai la finestra, imboccai un viottolo, sbucai sempre di corsa nella via, imbucai le scale e affannato arrivai a casa. "Mamma, che bella, che bella, mamma"; mia madre poverina fraintese perch nel gergo, "bella" vuol dire scappare, e mi chiese se mi fossero corsi dietro i poliziotti, al che io risposi: "No, mamma, bella nel senso di bella, e non di 'bella'". Un po' difficile da spiegare, lo so, ma mia madre mi cap lo stesso. "Chi ? Come si chiama?" chiese molto seria. "Zarina, si chiama", "Ah! Zarina, quella l", disse con sufficienza mia madre; mi meravigliai: "Ma la conosci, mamma?", rispose: "No, non la conosco, ma sai com' Bruno, le donne sono tutte uguali" - delle volte mia madre era un'artista nell'essere indisponente e quella volta fu addirittura indecifrabile e per quella sera ci fu un distacco fra me e lei, e il giorno dopo incominci a parlarmi delle malattie che si potevano prendere frequentando le donne e le dipingeva con i pi feroci colori, esagerando appositamente il tutto finch, stufo, la lasciai al suo borbottare e tornai fuori. Volevo rivedere la Zarina. Per non la rividi subito, ne pass del tempo perch ci trasferimmo in un'altra zona di Milano. E nel frattempo la Zarina era maturata e non era pi la dolce Zarina che avevo conosciuto la prima volta e di cui mi ero innamorato: divenne la Zarina della Ripa. Sempre bella, sempre allegra, ma con dei piedoni enormi. Ci trasferimmo, io e mia madre, a Porta Ticinese. In principio dichiarai guerra a quella proposta, ma poi - la solita questione di soldi - ho dovuto cedere. Proprio non si poteva fare diversamente. Prendemmo possesso, si fa per dire, di un locale senza gabinetto e senza lavandino situato al 21 della Ripa Ticinese. Al principio vedevo tutto nero, poi mi abituai, poi mi affezionai. Ora ne sento la mancanza.
Sapete di quelle vecchie case con ringhiere tutt'intorno, con il cortile lastricato a sassi, con quel vecchio portone cos minuto che quando sei ubriaco ci sbatti la capoccia contro l'apertura? Io ho conosciuto due persone, bevitori incalliti, che, dopo la terza o quarta tremenda testata contro certe aperture di porte, smisero di bere e divennero sobri, non solo, ma dichiaratamente nemici del vino. Astemi.
Dicevo del vecchio portone sempre aperto giorno e notte dove i colori originali delle case ormai sbiaditi dal tempo danno come un'impressione di magia. Dove c' quella via che d'inverno con la nebbia assume toni azzurrini, colori quasi innaturali, dove conobbi l'Enrichetta, una bellissima vecchina con i capelli tutti bianchi che mi raccont tutta la sua vita nel tragitto che va dalla Ripa all'Alzaia Naviglio Grande. Si pu raccontare un'intera esistenza in un'ora di tempo? Lei ci riusc. In quella stradetta ci si sentiva come a casa, s camminava sul selciato e la gente era cordiale, aperta. Le nuove case non erano ancora arrivate; quand te vedevet un fio ch'el charagnava, te se fermavet subit e cunt ti tanti alter, e tti insema a domandargli ma perch te charagnet? dove quell'ubriaco fradicio steso in mezzo alla strada el te cntava con voce monotona e senza accenti, ostia che ciuca, che bun vin, ma la me mi adess se la far?  all'ospedale... e allora gli gettai 100 lire, ma lui le prese e me le rigett indietro con rabbia.
E vi parlo anche di via Argelati deserta, silenziosa: intravvedevi da lontano una lucina azzurra e sapevi che era un'osteria, sapevi anche per che la stessa luce illuminava fiocamente una vecchia casa di un colore irreale, che so, un celeste un verde un giallo mischiati, poi le osterie, Cristo, le osterie, che belle, fumose, con il vino allora buono che sapeva di uva, con quel tale che si guadagnava da vivere suonando su un'enorme lama di sega, da dove traeva suoni raccapriccianti, stridenti, da fare impazzire, e lui partiva baldanzoso sicuro di se, verso le zone del centro, dove abitualmente ghe stan i sciur, si metteva all'angolo di via Dante e l, con un archetto improvvisato iniziava il suo concerto - criii crii, sleng sleng, svangs - e alla fine il suono, come seguendo l'ondulazione della sega, si perdeva nell'aria e raggiungeva i pi remoti angoli delle case, e allora vedevi aprirsi le finestre e gente che urlava, ma lui impassibile continuava imperterrito, ma poi smetteva per un attimo e alzando la mano al cielo s fregava il pollice e l'indice - cos, scena muta - e aspettava per un poco, ma solo per un poco - indi ricominciava a suonare (si fa per dire... suonare) ricominciava con quello stridio, e allora vedevi una pioggia ininterrotta di monetine cadere ai suoi piedi e quando, secondo lui, cos a occhio e croce, aveva raggiunto la somma che gli occorreva, smetteva, raccoglieva il tutto e spariva. Maledetto da tutti. Una volta lo vidi in azione, spaventoso, e s che gli ero amico, non pensavo certo che la sua arte arrivasse a tanto, prova ne  che anch'io, preso dalla frenesia generale, gli diedi qualche soldo.
In via Dante c' un lussuosissimo bar e parcheggiata a lato di questo bar ci sta un'altrettanto lussuosissima Rolls Roice. Il padrone di questo Bar si chiama Mario,  un boss della grossa malavita milanese, ma a differenza dei gran capi che si vedono nei film non ha nulla di minaccioso, voglio dire che il suo volto non  quello del tradizionale gangster tramandatoci da una certa letteratura, assiso,  proprio il caso di dirlo, sulla sedia dietro la cassa, ti d un'impressione rassicurante. Un volto ecclesiastico, cordiale e fiducioso, con un sorriso contagioso, senti della bont, gli occhi sono comprensivi, per  rispettato e temuto da tutti, e per tutti intendo anche dire i pi cattivi e feroci tipi di un certo ambiente. All'apparenza  un tipo alla mano, democratico, come si usa dire, ma ripeto, temuto. Bene, io una volta, l'ho visto alzarsi di scatto, quando lo stridio della sega raggiunse anche il suo angolo, prendere a caso una manciata di soldi e, malgrado la sua non indifferente mole, partire come un razzo verso quel suonatore pazzo, dargli dei soldi, tornare sudato, quasi sconvolto, e l'ho sentito mormorare: "Quel figlio di puttana, con quella sega di merda riuscir a distruggermi". Poi il Mario fu sparato sulla sua Rolls Roice. Non male avere come bara una Rolls Roice. Ma questa  un'altra storia.
Alla Ripa Ticinese venne ad abitare anche la Zarina: ma come era cambiata! Certo gli anni hanno la loro importanza, segnano, e la miseria accentua molto di pi i lineamenti del volto, magari rendendolo pi duro e pi affaticato. Anche lei era segnata - se cos si pu dire - ma la sua antica bellezza non se n'era andata, rimanevano i suo piedi, enormi, giganteschi. Io la riconobbi subito, lei invece no, non mi riconobbe. D'altronde come avrebbe potuto riconoscermi se mi aveva intravvisto solo per un attimo? Abitavo in quella casa sulla Ripa al numero 21, appoggiata al tetto una vecchia scala a pioli, messa l apposta per facilitare la fuga di qualche ricercato nel caso arrivasse la Polizia, per scappare con pi celerit, e al 19 c'era quell'osteria, - allora si chiamava "la Crota Piemunteisa," ora si chiama "LA RIPA" (cos, semplicemente) - e fu in quel luogo che incontrai la Zarina - devo ripeterlo? -"ma s Bruno!" sempre carina, anche se con il volto affaticato, ma sempre con le estremit sproporzionate al resto del corpo.
In quell'osteria affumicata dal fumo di cento sigarette, e con il caratteristico odore di calze sporche, di gente sudata e di vino, si radunavano i migliori campioni di un'umanit derelitta, anche se ribelle, non ancora vinta. Mi disse il Barba: "Cazzo, Bruno, cume te parlet ben". Quell'osteria era il luogo abituale per ritrovarci, per guardarsi negli occhi e parlare di mirabolanti imprese mai compiute, ed era anche la tappa preferita di un mio vecchio amore: si chiamava Zarina, ma noi la chiamavamo Cenerentola per via dei suoi enormi piedoni che lei si portava appresso, simulando con indifferenza una camminata normale. Lei non mi riconobbe la prima volta che mi rivide, ma per me fu un colpo quando la rividi. Era il nostro passatempo preferito la Cenerentola e, che Dio mi perdoni, anche il mio.
Era il nostro spasso.
"Ciao, come  andata oggi?"
"Affari miei." Secca, concisa, ti faceva capire che s, insomma la grana l'aveva fatta.
"Va bene, ma chi era? Granoso o uno di noi?"
"Io con voi non ci vengo, siete solo dei morti di fame."
" vero, per, quando fai all'amore i piedi dove li metti? Fai un buco nel materasso o li nascondi da qualche altra parte?"
A ogni allusione ai suoi piedi la Cenerentola si imbestialiva e allora erano guai per tutti, con quella lingua era capace di distruggere quel poco di personalit che avevamo in dotazione e non di rado qualcuno la azzittiva con qualche sberla - e io sentivo male per lei - e lei allora scappava via ciabattando e battendo il pavimento con quei piedoni in modo tale che sembravano applausi. Portava il broncio per un po' di tempo, poco per, dimenticava presto, e tornava la solita solfa di sempre, e di nuovo noi incominciavamo con gli scherzi e le battute. Ma un bel giorno - brutto per me - Zarina si innamor: fu un colpo per tutti quando ce lo disse, e il come ce lo disse.
Per me fu come un trauma.
L'avete presente quell'antico re delle favole che vuole mantenere l'incognito e, frequentando i posti dei suoi amati sudditi: bettole osterie casini, sente gli stessi che gli danno del figlio di puttana, del cornuto e dello stronzo? E lui, che da buon re era convnto del contrario, non pu esprimersi, non pu dire nulla, pena lo smembramento del corpo? Ecco, pi o meno cos ero io quando la Zarina ci disse che si sposava, perch io la Zarina, la amavo sempre. Eravamo seduti al tavolo con i bicchieri pieni di vino, quando la sentimmo arrivare, ancora prima che varcasse la soglia. Lei non portava scarpe con tacchi alti, era nell'impossibilit di farlo, probabilmente scarpe di quella misura non esistevano sul mercato: portava appunto delle curiose ciabatte senza tacchi, per aveva un passo secco e nervoso, e quando camminava i suoi piedi pareva prendessero tutte le direzioni tranne quella giusta, chiss per quale miracolo rimaneva in equilibrio e riusciva a raggiungere la meta senza inciampi: beh, senza inciampi proprio no; per esempio quando il locale era affollato un po' pi del solito e lei decisamente attraversava la calca diretta verso di noi, ogni tanto si sentiva qualche imprecazione per qualche calcio che inavvertitamente distribuiva nel camminare, e qualche volta sono successe delle risse per questo; chi era stato colpito, non sapendo il motivo di quella scarpata nelle caviglie, immediatamente si scagliava sul proprio vicino, ed erano botte senza esclusioni di colpi: improvvisati partigiani spalleggiavano l'uno o l'altro e la zuffa assumeva proporzioni gigantesche. Questo fatto si  ripetuto per un paio di volte ma noi ormai lo sapevamo e osservavamo la battaglia scommettendo or su l'uno or su l'altro dei contendenti: solo lei rimaneva tranquilla e sermonava sulla grettezza degli uomini, che per un niente erano capaci di scannarsi: il sia pur minimo sospetto che era lei la causa di tutto manco la sfiorava e noi naturalmente non le dicevamo niente. Stavo dicendo che la sentimmo arrivare, - pac, pac, slem slem, parapac - rammentava un battipanni. Si apre la porta, una folata di vento, una specie di sciabordio ed eccola qui, si siede fra di noi e noi come al solito: "E allora, come  andata oggi?" Ci guarda a uno a uno fissamente negli occhi, agguanta un bicchiere di vino, cos a caso, giusto il mio, tira un sospirone, si accende una sigaretta, si allunga sulla sedia, si stira, dando una pedata al Puntra che stava seduto proprio di fronte a lei.
"Che c'? Ti senti male?" Lei manco se n'era accorta. Il Puntra digrigna i denti, ma non dice nulla, ci guarda ancora, quasi minacciosa, e poi sbotta: "Mi sposo". Io mi sentii male. Al Coco and il vino di traverso, e cominci a tossire, sembrava morisse, ma nessuno gli diede una mano, eravamo come impietriti.
"Mi sposo" ripet quasi con tono di sfida. "Perch, non posso sposarmi?"
"S, certo che puoi sposarti, anzi, devi, ma quando ti sposi? E chi ?" Pierino si mise a ridere, e le chiese se avrebbe messo il vestito bianco con i fiori d'arancio, e allora lei, con stizza - un po' come fece Sandra una volta con me - gli tir un calcio da sotto il tavolo (Sandra non mi colp con un calcio, ma con un mezzo swing diretto al mento...) ... Ma il Pierino continu a ridere, solo il Puntra ulul forte e addirittura pianse: al solito Zarina aveva sbagliato mira e la pesciada aveva colpito il povero Puntra. Disse la Zarina:
"Guardate ragazzi che quello l si sente veramente male," e noi tutti ci precipitammo sul Puntra che stava per scattare e a fatica lo bloccammo.
"Ma che gli ha preso? Un attacco epilettico forse?"
Il Puntra croll.
"Oh, finalmente gli  passata, meno male, stai bene adesso?"
Il Puntra a questo punto si mise di nuovo a piangere, ma sommessamente e mormor:
"Io non ho ancora uccso nessuno" e ripet la medesima frase con monotonia.
"Bravo," disse Zarina, "ruba finch vuoi, ma non ammazzare, non sta bene fare certe cose."
Delle volte era come una mamma, di quelle noiose per; di quelle che danno sempre consigli. Ma il Puntra ebbe uno strano comportamento per un tipo generalmente placido e calmo come lui: impallid, poi alzandosi di scatto se ne and zoppicando senza salutare nessuno.
E venne il giorno in cui Zarina si spos.
Lo sposo non me lo ricordo.
Tutti noi, vestiti con i nostri migliori abiti, fummo presenti alla cerimonia; la notte prima c'eravamo dati da fare e ognuno di noi aveva un regalino per Zarina: chi un paio di plaid, chi una pipa usata, con due scatole di tabacco di pregio (comprato quello), uno venne con un attaccapanni e un porta ombrelli ancora bagnato dentro, chi venne con una radio e un giradischi di quelli che stanno sulle macchine, portarono anche un quadratino calamitato con su scritto: "Vai piano, pap" e annessa la foto di un bambino veramente carino, chi port un giradischi portatile e chi cinque stecche di sigarette, Alfa per, e un pacco con cento scatolette di fiammiferi colorati, un servizio da t veramente bello, una macchina da scrivere, delle lenzuola spaiate, e tante altre cose. Tutto questo per richiese il sacrificio di uno di noi dato che il Pierino fu preso mentre stava prelevando una ruota di scorta da una Giulia Super. Fummo un po' stupiti perch Zarina non aveva macchina, per il Pierino si fece vivo da San Vittore con un telegramma d'auguri: "Tante felicitazioni a te e marito Stop stai attenta con i piedi Stop non fargli del male Stop". Zarina si arrabbi moltissimo ma poi tutto pass alla svelta, come sempre.
Il viaggio di nozze lo fecero in tram, e decisero di prendere l'8, quello che va dal Giambellino alla Bovisa, e noi, suoi vecchi amici, li seguimmo come scorta d'onore. Fu un viaggio un po' movimentato, che fin giusto alla Bovisa con un pestaggio generale.
Il tram era vuoto: lo prendemmo al capolnea del Giambellino e cos potemmo far sedere la sposa comodamente, ma eravamo un po' ubriachi: cominciammo a ridere e a parlare forte, finch il tram part e noi sempre ridevamo, eravamo allegri, glielo dicemmo al tranviere che era un viaggio di nozze e lui ci cap e ci lasci fare cagnara. Per precauzione noi stavamo in piedi, onde salvaguardare le pedane della sposa, non volevamo che, magari inavvertitamente, fossero calpestate: ci avrebbe provocato il finimondo. Infatti. And tutto bene sino alla penultima fermata della Bovisa, da l incominciarono i guai: Zarina voleva scendere una fermata prima, ma il tram durante il tragitto si era riempito e noi ci opponemmo alla sua richiesta, ma non ci fu nulla da fare: di scatto si alz e camminando secondo il suo stile si avvi, decisa e spensierata, verso la porta di uscita, in attesa della fermata... Sentimmo urla bestemmie e imprecazioni, un attimo dopo era il caos: occhiali che volavano, donne che strillavano, bambini che caragnavano, un vero putiferio, c'era anche il tranviere in mezzo, chiss perch; solo il bigliettaio non perse la calma e azionando l'apposita leva apr la porta: una massa di gente inferocita si catapult dal tram, mordendosi, sgraffignandosi, picchiandosi e la rissa assunse proporzioni gigantesche, inaudite.
Ma noi circondavamo, come guardie del corpo, la causa, anche se innocente, di quella baraonda, Zarina, che, guardando interessata tutto quel putiferio, inizi a filosofare, al solito, su quanto  meschino l'uomo, eccetera, ma il marito con una mano le tapp delicatamente la bocca.
L'arrivo della polizia pose fine a "quell'indegna gazzarra che di certo non porta onore al buon nome della nostra civilissima Milano", come all'indomani scrisse sulla cronaca cittadina il pi autorevole quotidiano della citt.
Pass del tempo e ormai le nostre giornate erano vuote senza la Zarina, ormai la si vedeva di rado, sempre allegra per, sempre innocente come una volta, e, come una volta, faceva sempre il solito mestiere. Una volta ci capit l il marito, venne a sedersi fra di noi, lo guardammo, rovesci un po' di vino quando bevve: sapete com', delle volte gli sguardi sono pi eloquenti delle parole. Cap che volevamo sapere qualcosa, il perch si era ridotto in quello stato e ci disse che il motivo di quel totale abbattimento era la Zarina o per meglio dire i suoi piedi; diceva che non poteva fare il ladro durante il giorno con la paura dei sogni paurosi della notte. Gli era venuto il complesso dei piedi, preferiva addirittura i poliziotti piuttosto che rivedere i piedi della Zarina. S, un uomo veramente distrutto. Anche lui come il Puntra fu una delle tante vittime dei piedi di Zarina.
Il giorno dopo la sentimmo arrivare. Capimmo che era eccitata dal suono scoppiettante e irregolare che accompagnava la sua camminata, si butt di schianto su di una sedia e ci chiese se avevamo visto il suo uomo e noi rispondemmo che no, ma Joseph, uno nuovo della compagnia, la volle sfottere un po' pesantemente e le disse di tagliarsi via un pezzetto di piede e tante cosette del genere. Ma non era certo il momento per ironizzare, poi lui sembrava sempre che metteva dell'astio nelle cose che faceva o che diceva: tipi cos, ma magari non  neppure colpa loro, sono quelli che generalmente stanno un po' sul cazzo a tutti, "rughn" e hai voglia tu di dire: "ma s insomma dai...", niente, tipi cos rimangono e continueranno sempre a rump i ball: un po' come me, ecco, s, questo era il Joseph, e quella volta, con Zarina fu pi cattivo e stronzo del solito.
Pensava probabilmente che le sue battute ci avrebbero divertito, e dovette rimanerne deluso. Osservando i nostri volti tacque di colpo: dove credeva di vedere gente allegra e sghignazzante trov invece facce truci e poco raccomandabili. S, Joseph  un maligno, e poi  anche nuovo della compagnia, ma certe cose avrebbe dovuto capirle lo stesso, uno sfott fatto con una certa bonomia va bene, ma un attacco cos diretto in quelle condizioni e in quella situazione particolare in cui si trovava Zarina, andemm, quella  proprio cattiveria. A munt. Tra l'altro poi la Zarina, al solito, reag prontamente all'offesa, sferrando il solito calcione e come sempre, amore mio, hai sbagliato il colpo e preso in pieno proprio me. Ma io non dissi niente, cambiai solo di posto. Per un po' di tempo non sentimmo pi parlare di Zarina, chiss indu a l'era andada.

Una sera particolarmente gelida passeggiavo lungo il naviglio e osservavo quella cosa che avrebbe dovuto essere un corso d'acqua ma che al riflesso dei lampioni pareva un fiume d'olio, puzzolente per giunta, quando la mia attenzione fu attratta da un crocchio di persone che additavano qualcosa affiorante dalla melma. Siamo tutti curiosi, no? E io lo sono un po' pi degli altri e mi avvicinai; un tale disse:"Boh, saran un para de scarp"; disse un altro:
"Un cazzo, che scarpe, in tropp grand, per essere delle scarpe. Hai visto mai un paio di scarpe cos in circolazione?"
"No, a d la verit mi i  mai vist."
Ma erano scarpe, enormi, ma scarpe. Poi affiorarono i capelli.
Faceva freddo, quel frecc de Milan schifus e balurd ma el frecc che u sent mi l'era divers... quel freddo di Milano schifoso e balordo, dicevo, e io feci subito mente locale, e volli vedere da vicino chi fu che... pensai subito alla Zarina: scarpe di strana foggia, capelli lunghi... e invece no, non era lei... arrivarono i pompieri, la polizia e una folla di gente in divisa... ripescarono il corpo e io vidi un viso gonfio, tumefatto. Ma con la Zarina non c'entrava proprio per niente... si era riunita po' di gente, la folla, e, all'apparizione del corpo ci un momentaneo silenzio... poi iniziarono i commenti... al principio fu un sussurrio... poi un brusio che divenne quasi subito un vociare... poi il corpo fu fatto scomparire in una cassa da morto... poi la gente si allontan e io rimasi solo... volevo pensare... ma che cazzo vuoi pensare?... quella persona  morta e tu sei vivo... ma che cazzo vuoi pensare?... (cos pensavo)... poi udii un rumore a me familiare... una specie di sciabordio... un disordinato tacchettare... inconfondibile... sorrisi, ma non mi volsi...




EL LUNA L'ERA UN ME AMIS



...io e mia madre eravamo a mangiare le solite castagne e a bere il vino da un'altra parte poi udimmo le sirene e poi sentimmo anche un gran botto che fece partire tutti i vetri della stanza anche se erano coperti da un coperta per non fare vedere la luce di fuori, e tutti si precipitarono sulla strada a vedere che cosa era successo e vidi che la nostra casa bruciava. L'unica colpita, tuttora non l'hanno ricostruita. E ora al suo posto sono rimaste delle colonne, "l' spar el furn", e sul cortile lastricato a sassi si sono arrangiati a campare e hanno trasformato lo spiazzo in un posteggio di macchine. Rimasero sotto in due, i due piccoli portinai. Ernesto lui, lei si chiamava Enrichetta. Tutti gli altri corsero verso i rifugi, solo io e mia madre rimanemmo l come due pirla a guardare la nostra casa che bruciava e mia madre non disse nulla. Per io la vidi che piangeva, anche se aveva la faccia dura di quando  incazzata. Poi vennero le squadre dei "volontari" che erano formate dagli sbandati della zona che la prima cosa che facevano quando vedevano i morti era quella di togliere loro di dosso quanto di prezioso avevano, e allora noi ce ne andammo di corsa, perch su questi "volontari" giravano le voci pi orrende e noi di questa gente avevamo il terrore pi che dei bombardamenti. Noi non avevamo parenti in Milano e cos ci siamo messi a girare tutta la notte e si incontravano degli strani tizi vestiti di nero, e noi avevamo paura e cos ci siamo rifugiati in uno scantinato anche perch c'era il coprifuoco.
Quando ci siamo svegliati sentii che mia madre tremava dal freddo e disse: "andemm fi". "Dove?" le chiesi. "A vedere la nostra casa, magari  rimasto in piedi qualche cosa, andemm a vid." Ma non era rimasto in piedi niente che non ci facesse vedere il cielo, solo un po' di mura e le colonne. Qualcuno ci chiam dall'alto della casa di lato, era un nostro vicino e noi andammo su e lui disse a mia madre senti io ti posso ospitare per quanto tempo vuoi, ma el post per el fio el ghe n, e io allora incominciai a fare casino e mia madre allora disse che no grazie lasem perd e durante tutto il giorno ce ne andammo in giro e alla notte tornammo allo scantinato della notte prima e al mattino mi sono svegliato e ho sentito che mia madre tremava e allora le ho detto "andemm?" dove? mi ha chiesto "alla via Bocchetto," - "ma fi, la c l' sparida," -"andiamo a trovare il nostro amico," le dissi, e quando siamo arrivati il nostro amico ci apr la porta e io allora ho detto a mia madre tu dormi qui, e mia madre si mise a fare casino, ma io duro, niente, l'idea era quella e basta, poi le dissi accompagnami al collegio, e lei mi rispose, non posso figlio perch sono fraudolenta, e io le dissi portami in un altro collegio allora. Mi port verso Piazza Firenze in fondo a Corso Sempione, quel collegio si chiama Padre Beccaro, ed  tuttora una costruzione in mattoni rossi con il tetto spiovente, e sul tetto ci stava una grande croce rossa a indicare a chi buttava le bombe che almeno in quel posto non era il caso, e sul portone, scolpita in alto, c'era anche una scritta, ma diversa da quella del primo collegio che era "Istituto per bambini poveri". Questa scritta diceva invece "Rifugio per bambini derelitti". Per questi preti, creativi, eh?
All'interno, come scopersi in seguito, c'era la grande lastra sul muro dove c'erano scolpiti, sempre in oro, i nomi dei benefattori e mia madre quando la vide le venne da ridere e io allora le ho detto "buona mamma, ressti e fa' finta di niente." E mia madre se ne torn in via Bocchetto e prima di partire mi disse a voce alta cos che tutti sentissero l dentro: "mi raccomando figlio, fai il bravo, come lo hai sempre fatto, e metti in pratica i buoni consigli che la tua mamma continuamente ti d". Che roba mia madre. Eccezionale.
Poi mi fecero le solite domande: "come ti chiami? nato? bravo per, sai tutto, bene, adesso scendi gi in cortile, vai dai tuoi compagni e fai conoscenza gioca e poi verrai a messa, poi uscirai dalla chiesa, poi andrai di nuovo in chiesa, sai leggere s? bene, ecco tieni, tanto per passarti il tempo tra una messa e l'altra..." "cos'?" la vita di san Luigi "E via cos."
Feci presto a fare amicizia, ma fu cosa di breve durata perch quando il mio difetto di pronuncia venne a galla iniziarono gli scontri, e in pi quella volta c'era anche un prete che ce l'aveva particolarmente su con me, cos succedeva che quando le buscavo io nelle inevitabili risse andava tutto bene, ma quando riuscivo a darle il prete nemico mio pareggiava tutto rifilandomi una battuta della Madonna. In pi sentivo molto la mancanza di mia madre e cos quando una sera il cielo di Milano si tinse di rosso, dato che parte della citt bruciava, decisi di andarmene.
Al mattino arrivai in via Bocchetto e ritrovai mia madre che quando mi vide fece un salto grande cos e disse: "guarda figlio mio che io e te siamo unici, perch sei scappato?" e io le dissi della voglia di vederla e lei si mise a tirare su con il naso e disse: "pensa, anch'io Bruno avevo una voglia matta di vederti, ecco perch siamo unici io e te, ci incontriamo sempre nei desideri". Ma c'era il nostro amico che scuoteva la testa e mia madre vide e mi disse: "e adesso che facciamo?"
Durante il giorno mangiai con mia madre: pane giallo, formaggio, c'era anche il vino rosso di quello buono, un pezzo di salame, la pasta calda con il burro, ma io sapevo da dove saltava fuori quella roba, e poi in un barattolo di latta si fece anche del caff e improvvisamente la stanza si riemp di gente e se ne fece dell'altro, di caff, e io guardai in faccia tutta quella gente che beveva caff, e chi annusava, e chi aveva gli occhi al cielo ma non pregava, chi invece pareva che era assorto in profonda meditazione, ce n'era anche uno che piangeva e lui alla mia domanda stai male, rispose che non stava male era solo felice, e tutti poi dissero che buono e fecero schioccare la lingua e se ne andarono. Io mica era scemo allora, neppure adesso lo sono, ma non vuole dire, mica ero scemo dicevo, e allora guardai mia madre che mi disse sssss e il mio amico mi disse anche lui sssss magna fio e tas. Ma io feci finta di fare il curioso e allora mia madre mi raccont di un uomo chiamato "el Luna". Che io, comunque, gi conoscevo.

Era un ladro el Luna, abitava in un abbaino della via Bocchetto, faceva il misterioso perch preferiva non avere rapporti con nessuno, alla mattina usciva di casa presto quando era in casa e alla sera nessuno lo sentiva tornare a casa. Teneva sempre il berretto calato sugli occhi e un mantello di colore che dava sul marrone con una pelliccia al collo cos quando io lo vedevo capivo subito che di mestiere faceva il ladro, ma con quel mantello dava l'impressione di essere un nobile, e cos, sempre per via del mistero, la sua figura era diventata leggendaria. Poi io e lui diventammo amici, lui era gi vecchio, e mi raccont, a proposito del mantello, che lo aveva fregato al Lirico dove davano una commedia di cappa e spada. Avevo preso l'abitudine di aspettarlo davanti a casa sua e molte volte azzeccavo i tempi del suo ritorno che manco lui sapeva, e quando mi vedeva l al portone si meravigliava sempre e diceva: "ma ostia Bruno sono venuto a casa cos per caso e tu sei qui, ma come fai a saperlo?"
Lui parlava sempre in milanese e io lo ascoltavo con interesse perch mi insegnava sempre delle cose. Si portava sempre dietro un coltello e io una volta gli chiesi che se ne faceva di un coltello e lui mi spieg che gli serviva per sbucciare le mele quando aveva voglia di mangiarne qualcuna per la strada, ma io una volta gli ho visto mangiare un chilo di mele con buccia e i gandulin, anca, senza manco sfiorarle con il coltello e mi sono meravigliato un poco ma non gli ho detto niente perch lui era un misterioso. Una volta mi raccont di una rapina che aveva fatto da solo in una banca di Milano, and in banca e si fece dare i soldi, e li mise, ma s, in un sacchetto, proprio come fa la banda Bassotti, e poi se ne and, ma fuori trov la polizia che lo aspettava e lui fece fuoco: "ne ho ucciso uno e mezzo". Il terzo mi ha sparato lui e mi eri per terra e lui  venuto vicino e mi ha tirato sulla testa, ma la pallottola mi ha bucato la testa ed  uscita dall'occhio e mi sunt ancora in piedi. Poi ci fu il processo e io allora ho raccontato al giudice una storiella di mia invenzione ma credibile tanto  vero che pensavo di avere la libert provvisoria, invece mi hanno dato la totale infermit di mente, e mi hanno messo in un manicomio: gli ho detto al giudice che io ero un emissario personale del Mussolini che mi aveva mandato l in banca a controllare se i soldi ci stavano tutti, e io ci sono andato e mi sono meravigliato a vedere che i dan non solo c'erano tutti ma ne avanzavano anche e cos li ho presi io per portarli al Benito, ma fuori ho trovato gente che non conoscevo e dato che erano vestiti da poliziotti e io pensavo si fossero travestiti gli ho sparato addosso e loro pure, per, i lader, sciur president, eren lr e minga mi e se volete ve lo posso anche giurare. "Lei non ha l'obbligo del giuramento, signore," rispose il presidente, poi con gli altri se ne  andato via tirandosi su la sottana in una stanza che stava dietro l'aula e circa un quarto d'ora dopo l' turn indre, l e io so amis, e ha detto che io ero prosciolto da ogni accusa perch i dottori avevano detto che io non ero in grado di intendere e volere, cio, matt trad, e che dovevo restare per almeno una decina di anni in un manicomio criminale.
"Ostia," gli dissi io, "Luna, ti  andata bene, rischiavi l'ergastolo e anche che ti ammazzavano con i fucili"; "s, lo so, ma io so anche dove vivo, perch vedi, Bruno, in Italia c' il fascismo e loro hanno sempre detto che sotto di loro deve esistere la legge e l'ordine, e che loro sono riusciti a fare diventare gli italiani tutti dei galantuomini, e che ormai in Italia il crimine non esiste pi, te cap fi?" Non avevo capito niente e lui mi spieg: "senti Bruno, io ci ho giocato su queste cose, io gli ho dato l'alibi, ho fatto il matto, hai capito adesso? perch loro non potevano ammettere che esistessero dei rapinatori sotto il loro regime, se no perdevano anche la faccia, io gli ho dato l'alibi, e mi sono salvato la pelle. Te cap adess?" Non avevo capito molto allora, capii meglio in seguito.
El Luna poi usc dal manicomio dove si trovava, perch lo avevano messo con un altro a costruire un muro nel giardino, solo che l'altro faceva finta di pensare di essere un architetto e lui quando alla sera aveva finito di mettere quattro mattoni uno sull'altro l'architetto suo socio li buttava gi a calci perch diceva che secondo lui el mur l'era stort. E via cos per un casino di tempo, finch anche sopra a quel manicomio vennero le fortezze volanti e bombardarono un po' da tutte le parti e lo centrarono in pieno e fecero saltare in aria le mura del Babi e el Luna approfitt dell'occasione, come si usa dire, e fece l'evaso. Poi torn a Milano e si rimise a rubare. Prima ai tedeschi, poi agli americani, perch lui, con le sue analisi mica tanto estemporanee (estemporaneo viene dal latino e vuole dire cosa fatta sul momento, me lo ha detto un compagno), aveva privilegiato, come scelta del momento, i viveri, e cos, quando a lui abbondavano, faceva i pacchettini e mi mandava in giro a consegnarli. Ecco perch sapevo tutto. Ma poi anche gli americani se ne andarono, e venne la democrazia cristiana. Ma questo non vuol dire. Poi tutto si normalizz e anche questo  un modo di dire. E anche il Luna si normalizz. Voglio dire: torn a fare il ladro. E del Luna sembr che la legge si fosse dimenticata. Aveva smesso di andare in giro con il mantello e la pelliccia sul collo, ma il cappello lo portava sempre e in aggiunta si portava sempre dietro un bastone dato che aveva incominciato a zoppicare, per lui il bastone lo aveva irrobustito e ogni tanto improvvisava qualche numero vicino a qualche gioielleria, voglio dire che con il bastone spaccava la vetrina e beccava, al volo, qualche cosa. Ma non poteva correre e allora si scelse un qualche amico suo che lo aspettava in moto. L'utile al dilettevole. Sempre stato pieno di iniziative e Luna. E anche dopo conserv intatta la sua leggenda. Lo mandarono via da via Bocchetto e con lui mandarono via tutta la povera gente: dissero a lui e alla povera gente: andate che noi abbiamo pensato a voi, vi abbiamo trovato un altro posto dove andare: un po' all'Ortica, chi a Baggio, altri in fondo al viale Certosa, e ancora al Giambellino. Dissero che lo facevano per loro, che le case erano pericolanti e che se rimanevano l rischiavano di essere sepolti con il crollo della casa che sicuramente sarebbe avvenuto entro breve tempo. E la povera gente se ne and. Qualcuno disse anche ma che bravi pensano a noi.
Ma pi tardi, nel tempo, si accorsero della truffa e sacramentarono. Perch nessuna di quelle case croll, tanto  vero che ancora adesso che io ne parlo, a distanza di pi di trent'anni, sono ancora in piedi, e non ci sono pi gli antichi abitanti, e quella strada di poveri con le sue case  stata trasformata in un posto lussuosissimo, e il banchiere Morgan, come il pirata, ha acquistato tutte le case della via Bocchetto e le ha trasformate in lussuosi uffici che rappresentano le sue banche. E questo a me non mi va proprio bene.
El Luna and ad abitare dalle parti di via Canonica, proprio sopra alla Trattoria Degli Amici, cos si chiamava. Poi divenne troppo vecchio per rubare, poi divenne troppo vecchio per vivere, e una sera fu portato all'ospedale e se ne and consumato all'interno.

Finch in via Bocchetto rimase el Luna a noi il mangiare non manc mai. Se ne andarono i tedeschi, vennero gli americani e anche loro se ne andarono, rimasero i democristiani, non avevamo pi la paura che ci cadesse qualche bomba in testa. Rimaneva per il problema dell'alloggio. E io tornai in collegio sempre dai preti. Come ti chiami? E tuo padre come si chiama? Bravo, scendi e fai amicizia con i tuoi compagni.
Stavo in cortile a leggere un libro quando sentii una voce chiamarmi, Bruno al parlatorio, e io corsi su e vidi mia madre ed era trafelata, ansimava, e quando mia madre era in quello stato significava che aveva trovato la casa e infatti... "Bruno, prepares che andemm via", e venne il prete che disse: "oh che piacere che ho di rivederla signora, allora ce lo portiamo via il Bruno? Brava, dunque senta (le disse con confidenza) qua c' tutto da pagare, non tanto, venga nel mio ufficio cos che ci sbrighiamo subito." E allora mia madre gli disse che lei non era abituata a portarsi forti somme con s, sa i ladri, i delinquenti, oggi rubano tutti, cos, tanto per non rischiare, lei i soldi preferiva lasciarli in banca: io lo conoscevo il trucco e non dissi niente, ogni tanto assentivo, cio facevo s con la testa, e questa volta il prete disse che andava bene, mi dia pure il suo indirizzo e lei disse che abitava in via Bocchetto, 9, e io presi un colpo ma restai del tutto impassibile come fanno gli educati, e noi ce ne andammo
La casa si trovava dalle parti della Fiera Campionaria, anzi si trova, dato che tuttora esiste, in via Francesco Ferruccio, 22, ed  una vecchia casa, ma solida, non c'era ascensore in quella casa ma a me non me ne fregava niente, a mia madre invece s perch faceva fatica a salire le scale. I viveri scarseggiavano ancora e la legna anche, non c'era il camino in quella casa, ma io in cantina, curiosando di qui e di l, ho trovato una vecchia stufa e con gli amici che subito mi ero fatto, l'abbiamo trasportata a casa e l'abbiamo anche messa in funzione, e la legna la prendevo negli orticelli di guerra, sradicando i bastoni che tenevano su i fagioli o i pomodori, e poi, anche senza volerlo, riuscii a socializzare un po' di tutto perch poi passai alle assi che stecconavano gli orti ed aprii il passaggio a chi orti non ne aveva. Poi se ne accorsero ma ormai era troppo tardi perch con il sole l'inverno se ne era andato e il problema del caldo se ne era andato con la neve.
E mia madre era felice con la sua casa e anche io ero contento, era bello quando pioveva starmene a letto a godere del pensiero che l'acqua non ci avrebbe bagnati, e ogni tanto mi alzavo e chiedevo a mia madre se aveva freddo e quando lei mi rispondeva di no le chiedevo, ti ricordi le due notti dopo le bombe? Perch io sono un maligno.
E lei al ricordo si rattristava, s, ma solo per poco. Poi passarono gli anni, e conobbi l'Italia, il bel paese, nelle sue forme le meno pubblicizzate, "sbat de su, sbat de gi," poi i governanti decisero di rimettermi nella normalit, ma io ancora la casa mia sicura non ce l'ho, e allora sn chi, in via dei Cinquecento otto, al Corvetto, all'ultimo piano, che mi guardo i tetti della vecchia Milano, e la grande ruota colorata del Luna Park che gira. Boh, sperem...




IL FUGGITIVO



Il fuggitivo non veste corre ignudo se si esclude una corda variopinta la quale a mo' di eterno cappio lo accompagna ovunque lui vada

Il fuggitivo  uno che si  tolto dal gruppo e a differenza del Gabbiano non sente la necessit di ritornarvi neppure da vecchio

Il fuggitivo non  una persona attendibile a volte mente spudoratamente perch il suo carattere  fragile traballante come il suo corpo nella corsa

Il fuggitivo nella sua corsa intravvede immagini che si confondono e a volte si deformano. Ma tutto ci non  un gran male lui pensa e d la colpa al vento

Il fuggitivo si immagina nel prosieguo della corsa situazioni solo a lui congeniali a cui a volte platealmente si adegua perch  un sognatore

Il fuggitivo  un provetto nuotatore guai a lui se non lo fosse sarebbe un fuggitivo a met un deambulante perch siamo circondati dal mare

Il fuggitivo non sa volare ma una volta ci prov (a volare) sal in alto nel cielo per poi precipitare subito al suolo

(Fu quella volta l quando pianse pianse lacrime di dolore pianse lacrime amare di pianto inond la terra e in pi sacrament fortemente)

... ma qualche mano lo aiut a rialzarsi qualcun altro lo scroll energicamente altri gli mormorano parole amiche ma i pi lo invogliarono a riprendere al pi presto la sua corsa se non altro per toglierselo di torno al pi presto (lui pensa)

Il fuggitivo  un formidabile scalatore e visitatore di vette eternamente innevate ma nella sua corsa sulla neve non lascia mai impronte  come se fosse...

Il fuggitivo ama pronunciare frasi di grande effetto e di forte valenza psicologica che non vogliono dire niente  vero ma che in compenso lo soddisfano pienamente

Esempio (ma parlo per me)

Io fuggitivo inseguo l'amore con la stessa costanza con cui lo sfuggo non male eh? dai che sono bravo (come direbbe Petrolini)

Il fuggitivo si sottrae con la corsa alle troppe ombre che lo offuscano "ai troppi silenzi della sua mente che lo stordiscono"(5)

Il fuggitivo a volte pensa e pensando sorride s che pare che il fuggitivo pensando si diverta non  cos il suo  un sorriso triste  un tristo sorriso

Il fuggitivo sa che nella sua corsa oltre che dal cappio  seguito da Dio ma  un Dio senza volto e quel Dio quando si scorda di essere un tipetto geloso e vendicativo...

Quel Dio sa anche essere allegro o perlomeno ilare  un Dio del tutto speciale che non trova riscontro con altri dei di questa terra...

Infatti  un Dio che ride quando si accorge che l'uomo pensa e la sua risata  fragorosa e risuona per tutto l'Universo e nell'udirla alle genti vien paura

Comunque fuggire va bene ma fuggire da cosa?

Capece ragazzo napoletano inizi la sua corsa scalando il muro di quel riformantorio

 Dandin ragazzo genovese inizi la sua corsa scalando il muro di quel riformatorio

Propesso ragazzo friulano inizi la sua corsa scalando il muro di quel riformatorio

(io iniziai la mia corsa per sottrarmi a ingiusta cattura)

Non so se Capece sia ancora in corsa o se abbia preferito fermarsi in qualche luogo da qualche parte

Non so se  Dandin sia ancora in corsa o se abbia preferito fermarsi in qualche luogo da qualche parte

(io be' io in questo momento mi trovo in una anomala situazione di attesa)

PROFESSO
LUI S CHE TERMIN LA SUA CORSA
SI MISCHI ALLE ROCCE CADENTI DEL PASSO DELLA MORTE
CON ESSE ROVINANDO A VALLE
TANTI ANNI ORSONO
TENTANDO DI VARCARE CLANDESTINAMENTE IL CONFINE
QUEL VECCHIO CONFINE ITALO-FRANCESE
SITUATO DOPO VENTIMIGLIA
SOPRA LA VALLE ROJA
DA DOVE SI VEDE MENTONE ED ANCHE NIZZA
FRANCIA FRANCIA AMATA TERRA
PIANSE DEPRESSO PRIMA DELLA MORTE

hhhhA'Haaaah

Il fuggitivo ha una strana bellezza che turba soprattutto se guardata a prima vista ovvero la bellezza del mio fuggitivo ha dell'inquietante

Al fuggitivo nella corsa gli si fanno le palle grosse ma cos grosse che non  raro il caso in cui a volte su di esse inciampa

Il fuggitivo non  un eroe senn che fuggitivo sarebbe? ricordate Scevola? e i gladiatori che difesero Roma dal truce Brenno?

Simili eroi attendono a pi fermo pericoli sventure e infausti eventi a differenza del mio fuggitivo che li evita accuratamente

Il fuggitivo  uno senza storia ma con tante storie (ancora) da raccontare e abitualmente tenta di rivendicare l'esigenza di non avere esigenze

Il fuggitivo ha il viso privo di espressione perch ormai (dice lui) nulla pi lo sorprende ma io so che la vista di tre rose rosse lo fa (ancora) sorridere

Al fuggitivo nella corsa i sentori e gli odori gli giungono pungenti s che il suo volto viene rigato da lacrime che il vento (comunque) subito asciuga

Al fuggitivo nella corsa gli si  incisa una croce bluastra nel mezzo della fronte s come fosse uno stigmate

Al fuggitivo nella corsa gli si sono allungate le dita delle mani paiono quelle dita implorare una stretta amichevole da altre mani

paiono quelle mani pronte ad aggrapparsi a qualcuno ma a chi vorresti aggrapparti? ma ancora non lo sai che alla vista di un fuggitivo tutti si ritraggono?

Il fuggitivo  in affanno
sspira
sospira
sspira
ricorda Isabella
risogna Diana
rimpiange Patrzia

...successe poco tempo fa

successe che nella corsa il mio fuggitivo
superasse super? un altro fuggitivo.

lo guard di sfuggita di sfuggita lo guard

gli vide i capelli ch'erano candidi
i capelli gli vide ch'erano bianchi
Gli vide il volto un volto scavato
il volto gli vide un volto segnato

gli vide una croce scolpita nel mezzo della fronte
una croce gli vide una croce sanguinante

Gli url nella corsa un saluto
e come risposta gli giunse un saluto

Un saluto balbettante
un balbettante c-c-iaoo

Gli vide il naso un naso adunco
il naso gli vide stagliato come becco di rapace

Gli vide gli occhi occhi verdi chiari
gli occhi gli vide ch'emanavano bagliori.

E fu in questo modo che al fuggitivo
non gli fu risparmiato nella sua corsa
l'incontro con un fuggitivo a lui somigliante
poi l'altro fuggitivo
nella corsa lo super
e il mio fuggitivo improvvisamente si sent stanco...

sssssssffsssfffffffuuuuittssssss fftt

col vento
nel vento
annullarsi
mio Dio
annullarsi

P.S.
ma ci che importa
che vale
 il tempo presente
s s questo momento
il POI
il DOPO
il FUTURO
"non  che commento"...
...
.
...
FINE.
...
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...
Note al testo.
...
.
...
(1) Locuzione gergale carceraria: balilla = "letto di contenzione", Ovvero: un grande letto con materasso in crine con un buco nel mezzo per "raccogliere" gli escrementi del torturato. Al lato del letto, ceppi di ferro per polsi e caviglie. Seguiti da cinghie che servono per l'immobilizzazione del corpo. Sempre a lato: una manovella, che, azionata dal boia, serve per piegare in due il letto. E il torturato. Si tratta di uno strumento di tortura che risale al Medio Evo. Tuttora in auge nelle nostre carceri e manicomi. (N. d. A..)
(2) Gioco di parole, poetico, dei contrari, in voga nel Medio Evo di cui furono squisiti maestri i poeti provenzali e il principe d'Orlans con Franois Villon. (N. d. A.)
(3) "La rammemorazione viene fatta con un linguaggio che ricorda il delirio distruttivo" (dott. Marco Margnelli, psicoanalista del comportamento).
(4) "El d" = il due: sta ad indicare, nello scarno gergo della mala, il carcere di San Vittore. Situato in piazza Filanger al numero 2. (Appunto.) (N.d.A.)
(5) Citazione da Goffredo Buccini, giornalista CdS. (N. d. A.)
...
.
...
FINE.